Spilimbergo

Ciao papà.

Oggi sono venti anni da quando te ne sei andato, quella tiepida sera di maggio. Venti anni che hanno avuto la lunghezza di un sospiro.

La malattia che aveva trasformato un albero di quercia in un tormentato ulivo aveva vinto, ma nonostante tutto mi aveva permesso di starti vicino come non avrei mai fatto se tutto fosse andato normalmente, e mi aveva permesso di dirti tutto ciò che non sarei mai riuscito a dirti per uno stupido senso di mascolinità, che spesso ci frena nell’esternare ciò che proviamo per le persone care.

Ma in questi venti anni mi sono reso conto di non averti mai detto una cosa importante, che ho realizzato nei momenti in cui ripensavo a tutti i ricordi che ci accomunavano.

Tu sei sempre stato il mio eroe. Con quell’eroismo che solamente le persone umili e gentili come te sanno avere.

Eri il mio eroe quando da piccolo prendevo la tua mano per attraversare la strada con te.

Eri il mio eroe quando mi portavi con te alla partita della “nostra” Roma, con lo zio Ubaldo che mi dava il suo binocolo per poter vedere i giocatori “da vicino”. Smisi di venire alla partita con te quando iniziarono i miei primi amori, e ricominciammo ad andare insieme allo stadio quando io ero già sposato e rientrato a Roma dal Friuli, riscoprendo in quelle occasioni l’affetto e l’ammirazione che mi legava a te. Ricordi? L’ultimo anno andavo alla partita da solo, e poi prendevo l’autobus fino all’ospedale dove eri ricoverato e ti raccontavo le azioni salienti. Da allora, e dopo che sei partito, non sono più riuscito ad andare allo stadio, senza di te. Con te ho visto giocare Losi, Cordova, Santarini, Di Bartolomei, Giannini e Totti, e quando il Capitano ha lasciato ho pianto, come se mi avessero strappato via l’ultimo frammento di un bellissimo ricordo: quello di noi due insieme sugli spalti ad esultare.

Eri il mio eroe perché, malgrado tu lavorassi lontano, ogni santo giorno prendevi l’autobus e tornavi a casa per poter pranzare con noi, e dopo pranzo lo riprendevi per tornare in ufficio: ricordo ancora che mi mettevo di vedetta sul balcone, e quando ti vedevo arrivare dicevo a mamma di buttare la pasta.

Sei stato il mio eroe anche in quella parte della mia vita in cui, da figlio ribelle, ne combinavo di tutti i colori e vi trascuravo, te e mamma: l’unico rimprovero che mi ricordo da te fu che “non telefonavo abbastanza spesso”. È vero, non telefonavo, ma eravate sempre comunque nel mio cuore. E credo tu abbia sempre avuto fiducia in me, altrimenti saresti intervenuto di più nelle mie scelte.

Sei stato un eroe perché hai lavorato per tanti anni senza mai lamentarti degli orari, o della fatica, e il giorno in cui la tua società doveva tagliare una testa hai preferito licenziarti, per salvare il posto del tuo collega più giovane che si era appena sposato e aveva avuto da poco un bimbo. Il giorno del tuo funerale si avvicinò a me e dicendomi che avrebbe preferito morire lui al tuo posto, e mi raccontò questa cosa che tu non avevi mai detto a nessuno, nemmeno a noi.

Allora iniziasti la tua vita da pensionato, e invece di goderti il meritato riposo dovesti iniziare a fronteggiare il tuo male. Eroicamente, non hai mai proferito un lamento, anche quando le cose sono precipitate in quella vigilia delle feste natalizie, costretto come fosti a passare la notte di Capodanno da solo, ricoverato nel reparto di ematologia. Ci sentimmo tanto soli anche noi, senza di te, a casa: ci mancava il tuo spirito quando facevi l’imbonitore del mercante in fiera… Fu un capodanno silenzioso, trascorso con il cuore chiuso in una camera di ospedale.

Sei stato eroico ogni volta che dovevi subire una trasfusione perché il tuo midollo non produceva più globuli rossi; sembrava quasi volessi chiedere scusa per il disturbo arrecato a medici e infermieri, e quando uno di loro ti rivolgeva una parola gentile tu ti illuminavi: hai sempre amato la gentilezza, e il più grande insegnamento che mi hai lasciato è stato quello di approcciare le persone con un sorriso, proprio come facevi tu.

Quel 27 maggio avevi la febbre altissima, ed eri in uno stato soporoso. Io avevo ancora i punti per l’intervento alla tiroide, e ti venni a salutare: mi chinai su di te per baciarti, e, non so come, tu mi sentisti e accostasti il tuo viso al mio per poter meglio prenderti quel bacio, o almeno questa fu la mia impressione.

La sera arrivò la telefonata di Maurizio, mio fratello: eri andato via.

Voglio solo dirti che ho provato sempre a seguire l’esempio che mi hai dato in tutta la tua vita, anche se talvolta ho deragliato dal binario che mi avevi tracciato.

Spero soltanto che tu sia ancora fiero di me.

Ti voglio bene, papà.

E mi manchi, come nel primo giorno passato senza di te.

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