++ Scoperto sistema solare con 7 pianeti simili a Terra ++

Il centro di controllo a Houston brulicava di tecnici e scienziati, tutti in spasmodica attesa di quell’evento epocale.

Nell’ormai lontanissimo 2017 la NASA aveva confermato l’esistenza delle sette sorelle, un piccolo rosario di pianeti orbitanti intorno a una stella che era stata battezzata Trappist-1. Con scarsissima fantasia i pianeti erano stati battezzati con le lettere dell’alfabeto dalla a alla g, ed era subito partita la gara per arrivare ad esplorare quantomeno con le sonde i tre pianeti centrali (c, d ed e) che avrebbero dovuto godere delle condizioni medie ottimali di luce e di temperatura per lo sviluppo della vita.

La distanza di 368.968.500.307.663 km dalla Terra spaventava un po’: una sonda come la Voyager (che viaggiava a 61.000 km/h) avrebbe impiegato ben 690.487 anni a raggiungere il sistema di Trappist-1. Fortunatamente, nei primi anni del 23° secolo venne inventato il motore a subcurvatura, in grado di viaggiare a metà della velocità della luce. In tal modo, vennero lanciate le prime sonde esplorative che fornirono importanti informazioni di base al termine del loro viaggio quasi secolare.

Si venne infatti a scoprire che dei tre pianeti, l’unico che aveva una rilevante presenza di acqua era Trappist-1d: il liquido ricopriva la superficie del pianeta per circa il 71,8%. Inoltre le zone costiere erano ricoperte di una lussureggiante vegetazione, e per merito di queste condizioni esisteva nell’aria una sufficiente percentuale di ossigeno. Malgrado ciò, non vi era apparente segno di vita.

Trappist-1c era invece una brulla roccia deserta, mentre la sorella 1e aveva un’atmosfera a base principalmente di gas metano.

Tali osservazioni erano state ricavate da sonde orbitanti, che avevano inviato immagini ed analizzato spettri di rifrazione da migliaia di chilometri di distanza. Erano comunque dati consistenti, su cui poter basare una strategia esplorativa. Venne deciso allora di inviare una sonda sulla superficie di Trappist-1d con un piccolo rover che avrebbe potuto esplorare il territorio ed inviare sulla terra immagini e rilievi scientifici adatti a permettere di programmare un viaggio di colonizzazione con equipaggio umano.

In quegli anni la situazione sulla Terra si era velocemente deteriorata: lo sfruttamento intensivo delle risorse e l’inquinamento indiscriminato aveva trasformato il pianeta in un enorme deserto, complice anche il fatto che l’ozono – che proteggeva la superficie della Terra dalle radiazioni solari nocive – era drasticamente calato. L’acqua scarseggiava, e il genere umano si era dovuto ingegnare per riciclare le proprie urine a mezzo di enormi depuratori sotterranei per poter sopravvivere. Le comunità umane si erano spostate nelle grotte naturali o in  immense costruzioni sotto la superficie terrestre: per questo motivo la missione della sonda Rescuer I rivestiva tutta questa importanza: ottanta anni di viaggio per capire se la migrazione del genere umano su un altro pianeta potesse essere un progetto attuabile.

Rescuer avrebbe dovuto toccare la superficie di Trappist-1d nei pressi della zona costiera, in modo da studiare le condizioni climatiche e di vivibilità del posto. All’arrivo, il rover avrebbe dovuto eseguire il suo piano di lavoro racchiuso in un software attivato automaticamente, e poi inviare le sue osservazioni a Terra dove sarebbero giunte in circa diciotto mesi.

Quel momento era appena arrivato: calò un silenzio carico di tensione nella sala del centro controllo, e decine e decine di occhi iniziarono a fissare gli enormi schermi installati in alto sulle pareti del locale. Era stato calcolato un possibile ritardo dovuto alle interferenze solari tra i trenta e i cinquanta minuti. Ne passarono ben centottanta prima che fosse dichiarato il probabile fallimento della missione.

Diciotto mesi prima, minuto più minuto meno, il sistema di navigazione di Rescuer I era andato in tilt a causa di un violento vento solare emesso dalla stella Trappist-1. Era praticamente precipitato come un masso vicino alla costa dove avrebbe dovuto atterrare, sprofondando in quell’oceano alieno.

Le sue batterie atomiche, collegate con i sistemi di sopravvivenza elettrici, erano andate in corto a contatto con l’acqua salata, scaricando una enorme quantità di energia sulla struttura metallica della sonda: proprio nel punto in cui un centinaio di anni prima un anonimo tecnico si era ferito un dito stringendo la vite di uno degli sportelli del sistema di comunicazione. Quel tecnico era ignaro del fatto di aver lasciato una piccolissima goccia di sangue su quella vite, il cui contenuto di DNA era stato preservato dal gelo spaziale per tutti quegli anni.

Sul fondo dell’oceano di Trappist-1d si stava compiendo un nuovo miracolo…

©2017 Marcello Rodi

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