Un racconto dagli archivi di 20lines, scritto a più mani per un’iniziativa pilotata da Giovanna, un calendario con una storia per ogni mese. E’ una delle collaborazioni meglio riuscite con altri appassionati della scrittura, tra cui la soave Mimma Iannone. Non ho separato le parti scritte dai vari autori per non rompere il pathos della storia. Trovate l’originale qui, se desiderate conoscere la paternità dai vari pezzi. Buona lettura.

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Mi chiamo Yukio Toshimura, sono un pilota della Flotta Imperiale Giapponese, e so già che questa che sto vedendo attraverso il cupolino del mio Mitsubishi Zero è l’ultima alba di luglio e della mia vita.

Appartengo a una delle Unità d’Attacco Speciale Tokkoutai Shinu, per l’esattezza all’Unità Yamazakura: il nome significa Fiori di Ciliegio Selvatico di Montagna. Un nome aulico che nasconde la tragica verità del nostro destino, quello di essere piloti Kamikaze. Quando il comandante della Prima Forza Aerea, il vice ammiraglio Takijiro Onishi suggerì: “Non penso che ci sia un’altra maniera di eseguire l’operazione che mettere una bomba da 250 kg su uno Zero e farlo sbattere contro una portaerei per metterla fuori combattimento per una settimana“, magari scherzava. Purtroppo in guerra, e con la nostra cultura, c’è poco spazio per il senso dell’umorismo. E di certo nessuno di noi si permetterebbe mai di rifiutare una missione disonorando l’Imperatore e le nostre famiglie, che sarebbero costrette a vivere ai margini della società per questo. E così eccomi qui, a bordo di un piccolo aereo che pesa quasi meno della bomba che trasporta, e che lo rallenta tanto da essere facile preda dei Corsair americani prima ancora che riesca anche a vedere il suo bersaglio finale. Ci sono due ore di volo da qui ad Okinawa: quelle che presumo saranno le ultime due ore della mia vita, mentre volando verso sud guardo il sole sorgere alla mia sinistra, quel sole che è il simbolo della mia patria e dell’Imperatore, quel sole per cui combatto e a cui sto donando la mia vita.

Due ore in cui potrò accarezzare ancora i miei ricordi per l’ultima volta.

Due ore per dire addio a tutto.

Vorrei mangiare ancora i kake udon che prepara mama-san. Il sapore agrodolce della salsa di soia mi invade il palato e confonde quello della paura. Qui solo, la cloche stretta tra le mani sudate, posso avere paura. Nessuno saprà, quando raggiungerò il bersaglio renderò onore alla mia famiglia.

I suoi kake udon, caldi, immersi in un brodo profumato e speziato, sono sempre stati il mio piatto preferito.
Mi sembra che la mia spalla sia sfiorata dalle mani piccole di mama-san: le sue carezze veloci, sottili, negate anche a sé stessa. Io sono il figlio maggiore, il mio ruolo le ha imposto di essere dura con me, ma quel calore ritmico e leggero mi ha fatto sempre sentire che lei mi ama. Saprà trattenere le lacrime, abbasserà il mento e stringerà gli occhi per un attimo, poi preparerà una grande corona di fiori bianchi e l’appenderà alla porta, perchè tutti sappiano del lutto che li ha colpiti.

E la piccola Fusae? la mia dolce sorellina con il sorriso triste. Abbiamo giocato tanto, quando eravamo piccoli e papà-san non era a casa. Lei non è nata per essere una brava moglie. Quanto ha sofferto per dimenticare la sua voglia di essere come me. Ora le hanno trovato un marito, onorevole uomo e con un’ottima attività. Mi spiace Fusae-chan: non potrò vigilare sulla tua vita come ti avevo promesso. Sarai bellissima il giorno delle tue nozze. Non sarai felice, ma noi non siamo nati per essere felici, altrimenti io non sarei qui e non mi starei avvicinando alla mia morte.

Noi siamo nati per onorare il nostro paese e la nostra famiglia. Ricordalo, sorellina. Ricordami.

Quasi posso vederla, la mia famiglia, nella nostra piccola casa di legno nella Valle di Urakami, alle porte di Nagasaki. Bella la mia città, con le sue piccole case, il suo porto, i cantieri navali e la grande fabbrica di armi Mitsubishi, dove lavora quasi tutta la popolazione.

Posso quasi sentire la sirena del cambio turno, e l’odore del mare.

E il mare mi fa tornare in mente Shoko, l’amore della mia vita, la mia migliore amica e confidente. Non c’è nulla di me che lei non sappia. Non c’è nulla di lei che io non sappia.

L’unica a conoscere la mia angoscia, i miei timori: meno di una settimana fa Truman e gli altri capi di Stato Alleati a Potsdam hanno stabilito i termini per la resa del nostro Impero, e questo ha fatto sì che il nostro Stato Maggiore decidesse questa offensiva su Okinawa e sulle portaerei dei gaijin invasori. Giro la testa e vedo i miei cinque compagni nei loro Zero. Cinque fratelli, cinque fantasmi, tutti con le loro paure, e i loro rimpianti. Come si può non avere rimpianti quando sei costretto a tornare dagli avi a meno di 25 anni, senza aver conosciuto nulla della vita, nemmeno l’amore?

Se non fosse per voi, miei cari, per te mama-san, per Fusae, per Shoko, sarei fuggito lontano, sulle montagne, nei boschi. Ma ho la responsabilità del vostro onore, della vostra vita.

La cosa che più mi dà conforto è sapere che morirò per il Sol Levante, e la mia morte vi concederà una lunga e felice vita nella nostra Nagasaki, con il nostro Impero che dominerà un mondo in pace. Il 1945 sarà l’anno della nostra vittoria, e della vostra nuova vita.

Se così non fosse, saremmo morti invano.

Se così non fosse, gli dèi maledirebbero i nostri regnanti.

Cadono i fiori di ciliegio
sugli specchi d’acqua della risaia:
stelle, al chiarore di una notte senza luna.

Sono i versi che ho trovato scritti sulla lapide di un uomo che non c’è più.

Si racconta fosse un samurai, e avesse dato la sua vita per l’onore.

I versi di Yosa Buson, poeta e pittore giapponese vissuto nel 1700, mi hanno colpito, e nonostante siano ormai passati dieci giorni da quando li ho letti, risuonano ancora nella mia mente, come presagio del mio destino.

E’ così che mi sento: un fiore di ciliegio, di quelli che fioriscono in primavera, nella ricorrenza dell’Hanami , e nel cuore di un Sol Levante che già mi manca, più di quanto mi mancherà la mia stessa vita, quando andrò incontro alla morte.

Bellezza effimera quella del sakura, caduco come il passaggio che ognuno di noi deve attraversare per sentirsi davvero libero. Fiorisce solo per pochi giorni, per abbandonare chi lo guarda ad un’estasi infinita di energia, e per riempire di riso la prosperità che ne nascerà.

Rimane il ramo, di quel fiore che va via. E il coraggio, di quell’uomo che lascia la propria vita nella battaglia per l’onore.

Toccare i cinque petali del mio fiore è essere insieme terra, acqua, fuoco, aria e vuoto.

Ed è vita che non morirà.

Non c’è più tempo.

Il rombo del mio aereo è il solo tuono che cavalca queste nubi così luminose. Amaterasu illumina l’orlo della foschia traslucida, adesso il cielo è un kimono appena lavato che ha attraversato la notte della sua tessitura. Raiden è il lampo-tuono, il nome di un’altra squadra, a cui penso, compagni, mentre inclino la cloche e regolo la manopola del gas. Il mio obiettivo è appena una sbavatura d’ombra sul mare.

Non c’è tempo.

Ho nel cuore una foresta verde, una mano che mi accompagna, mio padre? La voce del bambù, diecimila tamburi di legno… forse una festa? O è il sangue che mi sale alla testa, alle tempie, per l’eccessiva e repentina discesa? Devo scegliere in fretta: o inclinarmi all’ultimo momento per piantarmi alla base del ponte di comando della portaerei, o viaggiare a pelo d’acqua per colpire lo scafo a metà, spezzarlo come un serpente, in due.

Il bambù si apre al vento fresco della brezza. Io salgo una montagna. Un sogno? Forse udrò tra poco la tromba della sveglia in caserma, alla base. Sono già a casa, invece, in tempo per l’Obon: sto riposando, stroncato dal servizio e piegato dalla prospettiva di una breve licenza. Vedrò le candele correre sull’acqua, le loro luci arancioni, il ritmo degli zoccoli dei danzatori, adesso è solo l’odore di polvere e insetti del tatami che mi avvolge. Il cigolio del legno, la canfora, ancora i tamburi, il rullio degli zoccoli sul palco. Le risa, il canto. Io salgo, sono quasi piegato in due sul sentiero, lungo un viottolo di altari, di Jizo-sama, ho del fango fra le dita dei piedi, piccoli grani di terra, colore dell’incenso.

Ho bruciato ogni dolore davanti ai miei avi. Adesso sono come acciaio lavato. I miei giorni sono vessilli in fuga dietro una collina: quota 150 metri, a 18 km dall’obiettivo, una portaerei, otto unità di scorta.

Ecco i Corsair, arrivano come un branco di veltri che hanno annusato la preda. L’unica speranza è quella di fare quota per poter manovrare liberamente. Rompiamo la formazione: come i petali del fiore di ciliegio di cui portiamo il nome, ci sparpagliamo nel vento.

Il 14 cilindri della Nakajima nella fusoliera ruggisce come un animale ferito, mentre tento di dominarlo con la cloche. L’abitacolo è tutta una vibrazione, e l’accelerazione di gravità mi scuote ad ogni virata: in un angolo della mia mente compare l’immagine del giorno passato al parco giochi con Shoko; che giorno bellissimo, il giorno del nostro primo bacio d’amore. Poi picchio verso l’acqua con l’aereo gaijin alle calcagna che mi mitraglia, il riflesso del sole sulle crespe mi fa tornare alle nostre giornate sulla spiaggia, ai nostri progetti, all’amore che non potremo mai vivere… Viro ancora, mi avvito, cabro e picchio senza sosta, mentre la visione periferica mi fa intuire che alcuni dei miei compagni non ce l’hanno fatta. Ora i Corsair sono due, e sparano senza tregua su di me. Sono a meno di cinque chilometri dalla portaerei, faccio quota e poi inizio a picchiare con un angolo di 45°, diventando un bersaglio facile. Il cupolino esplode all’ennesima raffica, i frammenti mi accecano: non ha più importanza, mi renderà le cose più facili non poter vedere l’impatto finale.

Tengo salda la cloche, come tengo saldi voi nel mio cuore, miei cari.

L’ultima scintilla di vita mi dà la consapevolezza che tra dieci giorni vi abbraccerò di nuovo.