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“Il castello di Mezzolato” è uno di quei romanzi che ti avvolge come una coperta: lo inizi a leggere e senza che tu te ne renda minimamente conto, affondi letteralmente nella storia come se fossi tu, lettore, in prima persona, a sfogliare le pagine del diario di Duat de Or e ad iniziare la ricerca di questo fantastico mondo in cui si sono rifugiati – per mettersi in salvo – gli assediati del Castello di Mezzolato.

L’emozione è ancora più grande quando realizzi che vicino a Mezzolato (luogo che oramai non esiste più sulle carte geografiche, e il cui ricordo è perpetuato solamente dal nome di una strada che costeggia un rudere di parete infiltrato dalle piante rampicanti) hai passato le estati più belle della tua vita di ragazzo.

Seguendo il racconto poi inizi a scoprire una realtà che sembra assurda nella sua essenza medioevale, ma che ha una sua logica e un suo fascino innegabili: niente invidie, né amicizie, solo meriti. Se credi di essere migliore di un altro lo sfidi a duello: il mobiliere nella costruzione di un mobile, il fabbro nel forgiare una spada, il guerriero nel duello corpo a corpo. E, se vinci, semplicemente prendi il posto di chi hai sconfitto. O la sua vita. Meritocrazia allo stato puro, primordiale.

A quel punto la magia del racconto si impossessa completamente di te, e quando sfogli l’ultima pagina del romanzo ti resta una grande nostalgia, come quella che si prova quando si saluta un caro amico che parte, o un ricordo degli anni migliori che sbiadisce nel tempo…