05_Jared_638-365_resize
Ci risiamo.
Mi sono materializzato in qualche posto, in qualche tempo che ancora non conosco.
Sono emerso da uno sbuffo di fumo azzurrino in una stanza vuota. Il luogo non mi dà alcuna indicazione su cosa debba fare né su dove mi trovi. L’unica cosa certa è che dovrò uccidere qualcuno, perché questo è sempre stato il mio compito da quando ne ho memoria.
Già, perché il genere umano ha le verità sotto il proprio naso, ma quasi sempre le trascura o le ignora volutamente sottovalutandole. La mente degli uomini preferisce costruirsi déi benevoli e pronti ad accudirli amorevolmente anziché arrendersi all’evidenza provata di certi indizi. E così le pitture Maya raffiguranti astronavi e astronauti, l’ascensione al cielo di un uomo risorto dalla propria morte, gli agroglifi, le piramidi, le rocce di Stonehenge vengono bellamente interpretati o come fenomeni pseudoscientifici o come miracoli divini che diventano paradigmi religiosi. Eppure il teatro greco aveva dato loro la soluzione: il “deus ex machina”. Sono alle dipendenze dei Signori del Tempo, coloro i quali indirizzano la storia di interi mondi nell’universo. Io sono stato assegnato a questo pianeta primitivo, il terzo pianeta di questo minuscolo sistema inglobato all’interno della Nube di Oort.
Ho ucciso uomini politici, capi religiosi, ho ispirato genocìdi, ho aizzato popoli contro altri popoli, seguendo le direttive dei miei Padroni. Non ho età, non ho casa, né memoria di ciò che accade tra una missione e un’altra. Sono un essere puro.
Un assassino millenario.
Devo orientarmi: mi guardo intorno. la prima cosa che vedo in quella stanza è una scrivania con una sedia. E’ tutto estremamente spoglio, come se quell’ufficio fosse abbandonato.
Mi avvicino ad una delle finestre, sbircio attraverso i vetri e vedo in lontananza la sagoma inconfondibile del World Trade Center. Sono a Manhattan. E’ New York prima del 2001, prima dell’11 settembre di quell’anno.
La confusione che ho in testa deriva anche dal fatto che la mia esistenza non segue un corso lineare: salto avanti ed indietro nel tempo senza un ordine preciso. Credo che i Signori del Tempo lo facciano per evitare che nella mia mente possa costruirmi qualcosa che somigli seppur lontanamente ad una vita. E così mi sono trovato a Dallas nel 1963 subito dopo essere stato ad Abbottabad nel 2011, poi a Roma nel 44 a.C. e di seguito a San Pietroburgo nel 2204.
Nella mia testa tutti questi salti sono un continuum unico, come se avessi passato l’intera mia vita uccidendo, stuprando, aizzando, combattendo. Ma non ho mai sopportato le conseguenze dei miei atti, né conosciuto le persone che ho terminato. Sono distaccato da luoghi e fatti, e quindi non ho alcun complesso di colpa.
Devo scoprire in che anno sono. Cerco sulla scrivania un indizio, nei cassetti trovo delle agende. Quella che sembra incompleta porta scritto 1980. L’ultima annotazione risale al venerdì, 5 dicembre. Non sono certo del giorno e dell’anno, in fondo il proprietario potrebbe aver cessato di usarla in prossimità della fine dell’anno.
Devo uscire per strada, di sicuro troverò qualche indizio in più. E, al momento giusto, saprò chi è la mia prossima vittima…
La mia mente si schiarisce lentamente, iniziano ad arrivare informazioni sulla persona che dovrei essere. La mia essenza non è completamente corporea, posso trasformarmi in spirito ed insinuarmi nella mente di chiunque serva il mio scopo. Non sempre il lavoro è “pulito”, com’è stato a Dallas: a volte il responsabile deve essere preso, per dare agli uomini quelle certezze senza cui non riuscirebbero a vivere. La religione, i credi politici, le mode, altro non sono che stratagemmi per mascherare la realtà delle cose. Ogni tanto qualcuno tenta di abbassare il velo davanti agli occhi della gente, o a cambiare il corso della storia secondo il proprio volere: in quel momento entro in gioco io.
Questa volta sarò uno squilibrato, ex tossicodipendente. La mia storia comprende anche un impiego passato come guardia giurata. Dunque ho dimestichezza con le armi corte. Questo aiuterà molto. La mia mente inizia a fondersi con la sua e inizio a vedere dove si trova: conosco questi luoghi, allora lascio l’ufficio e scendo in strada. Inizio a risalire la Quinta Strada, destinazione la zona di Central Park.
Mentre procedo, con calma, continuo ad orientarmi. Passo davanti ad un grande negozio con molti televisori in vetrina. Sono accesi su un notiziario. Intanto calano le prime ombre della sera. La città si accende di luci e luminarie, c’è già l’atmosfera natalizia. Adesso so che giorno e che ora è, l’ho letta ai piedi degli schermi televisivi: le 17:24 del giorno 8 dicembre 1980.
Continuo a risalire la Quinta, passando attraverso una folla animata e frettolosa. Nulla del mio aspetto o del mio abbigliamento attira la loro attenzione.
Come sempre, tutto è perfetto.
Eccomi arrivato, la folla si è diradata; lo vedo, so che è lui perché quando guarda verso di me io vedo l’involucro che mi contiene: sono vestito come una persona rispettabile, un completo scuro, camicia bianca e cravatta bene annodata. Il mio viso è un viso regolare, sono calvo, senza sopracciglia né barba o baffi. Naso regolare, occhi regolari, bocca regolare, orecchie come le orecchie di chiunque altro. Se la polizia dovesse fare un mio identikit, si fermerebbe alla faccia iniziale, quella su cui normalmente iniziano a lavorare modificando i tratti somatici.
Mi avvicino a lui con calma. Lo osservo.
Ha i capelli scuri, pettinati con la riga da una parte. Il viso è grassoccio, con un doppio mento accentuato. Il naso è a patata, ricorda vagamente il muso di un maiale. Indossa degli occhiali da vista a goccia. E’ vestito in modo approssimativo, dozzinale, e in mano tiene un vinile.
Mi guardo attorno: il momento è propizio, nessuno ci vede e lui mi volta ora le spalle.
Mentre la mia massa corporea diventa rarefatta con un balzo sono su di lui, mi fondo con il suo corpo e con la sua mente. Vedo il mondo attraverso i suoi occhiali. L’unica cosa che resta materiale è la pistola che celavo nelle mie tasche e che ora si trova nelle sue.
Abbasso lo sguardo sul disco nelle mani del mio inconsapevole complice: si intitola “Double Fantasy”, sulla copertina ci sono un uomo e una donna che si baciano. Lei sembra orientale, ha gli occhi chiusi e la bocca dischiusa. Per la prima volta resto interdetto.
Come può un disco musicale entrarci qualcosa con i destini del mondo?
Leggo i nomi in copertina, non mi dicono nulla. Saprò probabilmente più avanti chi sarà il mio bersaglio. Ora mi non resta che attendere.
Dopo circa un’ora, una coppia esce dal palazzo davanti cui sono in attesa. Li riconosco, sono i due raffigurati sulla copertina del disco che ho tra le mani. Istintivamente mi muovo verso di loro, ma c’è qualcosa di strano: ancora non so chi dei due devo uccidere. Se dovessi giustiziarli entrambi, ne sarei già consapevole.
Mi pento di essermi mosso, ma mi viene un’idea: alzo il vinile verso di loro, chiedo un autografo. Lui si avvicina, mi sorride, autografa la copertina del disco, poi mi stringe la mano: in quel momento capisco che è lui la mia vittima, la mia missione. Sto quasi per estrarre la pistola, ma un lampo mi blocca, qualcuno ci ha fatto una foto. Questo povero figlio di puttana che sto coinvolgendo non ha alcuna speranza di cavarsela, ora che esiste una foto di loro due insieme. Ma credo che anche questo sia stato previsto dai Signori del Tempo.
La coppia si allontana, con un piccolo codazzo di ammiratori, giornalisti e fotografi.
Evidentemente devono essere in grado di influenzare in qualche modo il pensiero di chi li circonda, se i miei Padroni si sono scomodati per lui, per loro.
Guardo il ridicolo orologio al polso del mio ignaro complice: sono quasi le sette di sera.
Dovrò attendere il loro ritorno qui. Mi guardo attorno, cerco un posto dover poter stare comodo per il tempo che manca all’assolvimento della mia missione.
E’ la prima volta che devo trascorrere così tanto tempo nel corpo di qualcuno, così tento di capire: ma tutto ciò che c’è nella mente di costui è estremamente confuso, un misto di rabbia, delusione, frustrazione, odio. Probabilmente se non fossi qui ad uccidere quell’uomo, costui arriverebbe ad uccidere sé stesso. In un certo senso, so di averlo salvato.
Sono passate quasi quattro ore, mi sono spostato nell’androne del palazzo per sgranchirmi un po’ le gambe. E’ buio, solo una lampada illumina fiocamente quel corridoio. In giro, nessuno.
Ad un tratto delle voci. Mi giro verso l’ingresso e li vedo: vengono verso di me, parlano tra di loro, ridono. Non mi hanno ancora notato.
Balzo fuori dall’oscurità. Ancora non so se la donna fa parte della missione, ma non posso più attendere. Devo attirare la loro attenzione, è da vigliacchi sparare a tradimento.
Urlo: “Hey, Mister Lennon!“.
Si gira, mi guarda.
Uno, due, tre, quattro, cinque colpi.
La donna urla, lui avanza verso di me di qualche passo, poi si accascia al suolo.
Punto l’arma verso di lei.
Ci risiamo.
Mi sono materializzato in qualche posto, in qualche tempo che ancora non conosco.
Sono emerso da uno sbuffo di fumo azzurrino in una stanza vuota. Il luogo non mi dà alcuna indicazione su cosa debba fare né su dove mi trovi. L’unica cosa certa è che dovrò uccidere qualcuno, perché questo è sempre stato il mio compito da quando ne ho memoria.
Devo orientarmi: mi guardo intorno.
Mi avvicino alla finestra, riconosco i tetti di Parigi, ma mi colpisce l’assenza dell’imponente struttura metallica della Torre Eiffel.
Vedo invece la Bastiglia…
©2013 Marcello Rodi