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I Racconti

Senza speranza


pantera nera

Era stanco. Non aveva più senso svegliarsi ogni mattina con quella fitta lacerante al petto, quel senso di oppressione che gli dava l’idea che non la avrebbe rivista mai più. Non aveva più senso andare a letto la sera, e girarsi e rigirarsi nel talamo che non avrebbe più avuto né dato il calore di quando lei era lì. Non aveva più senso passare le giornate a rintuzzare le lacrime che cercavano una via di uscita, facendo finta con tutti che tutto andava normalmente.
Niente aveva più senso. Così aveva iniziato la sua ricerca, prima sui quotidiani, nelle pagine degli annunci personali: si era trovato più volte in imbarazzo scoprendo che quelli che aveva giudicato idonei al suo scopo in realtà erano normalissimi annunci per vendere o comprare animali, o chissà cosa altro. Allora si era messo alla ricerca su Internet, non sapendo di preciso dove rivolgersi: aveva provato con Google e poi, seguendo quasi una traccia inconscia, era approdato su un forum di appassionati di armi. Lì, non sapendo come comportarsi, aveva passato intere settimane a seguire le discussioni che sembravano più vicine all’argomento per cui era interessato. Poi aveva concentrato la sua attenzione su di un utente particolare, e sui suoi post. Black Panther, la Pantera Nera. Poteva essere? Non lo sapeva, non era in grado di capirlo. Ma decise comunque di rischiare.
Bastarono pochi scambi di messaggi, poi il suo interlocutore misterioso gli diede un indirizzo email e gli scrisse: “Mandami qui i dati e una foto“. Compilò diligentemente una scheda con tutti i suoi dati anagrafici, le sue abitudini e i luoghi che frequentava più spesso. Poi allegò la sua migliore e più recente foto che aveva e spedì tutto con il computer.
Aveva appena fatto di sé un bersaglio.

Si era recato in banca la mattina dopo per effettuare il versamento che Black Panther gli aveva richiesto insieme ai dati e alla foto. Diecimila dollari. Un vero affare.
Era giunto a quella decisione disperata dopo più di un anno. Un anno passato a pensare ai suoi errori, a struggersi nella malinconia dei ricordi, a condannarsi per le scelte sbagliate che lo avevano allontanato per sempre da lei.
Inizialmente aveva creduto che le cose potessero aggiustarsi, aveva scommesso sul loro sentimento, credeva che il tempo avrebbe potuto smussare gli spigoli e riportare tutto nell’ordine naturale delle cose. Si, perché considerava il loro amore come l’ordine naturale delle cose, e ogni giorno che passava era come se per lui l’universo si stravolgesse un po’ di più, allontanandosi dalla sua perfezione. Alla fine si era rivolto alle preghiere.
Cresciuto con una solida educazione religiosa, aveva vissuto la sua vita convinto che intorno a lui ci fossero le persone a lui care pronte a proteggerlo e a salvarlo da qualsiasi minaccia alla sua felicità avesse potuto incontrare lungo il suo cammino. Iniziò a pregare perché costoro lo aiutassero, ma con il passare dei giorni, delle settimane, dei mesi nulla accadeva, e allora subentrò in lui una cupa disperazione acuita dal fatto che lei – l’oggetto del suo amore incondizionato – si rifiutava di vederlo e di parlargli.
Aveva raccolto tutta la sua vita intorno a lei, e adesso semplicemente sentiva di non avere più alcuna vita da vivere. Questa era stata la molla che lo aveva spinto a decidere di morire.
Il problema era che non poteva riuscire a togliersi la vita da solo, non sapeva se per fede o per codardìa, ma probabilmente non gli interessava nemmeno.

Si sentiva solo. Orribilmente, disperatamente, irreparabilmente solo.
Aveva avuto il terrore della solitudine fin da bambino, quando giocando con gli amichetti a mosca cieca si nascose così bene che i suoi compagni di gioco si stancarono di cercarlo e se ne andarono via. Lui, tenacemente, restò nascosto fino al calar della sera, e quando finalmente si decise ad uscire dal suo improvvisato rifugio realizzò che tutti lo avevano abbandonato.
Viveva questa tragedia ogni volta che era costretto dalla vita ad un distacco più o meno definitivo. La morte del padre, la malattia della madre, l’essersi trasferito in un’altra città. Era sempre riuscito ad uscirne dopo qualche mese di disagio e di dolore, ma non quella volta. Quella volta era stato diverso, molto diverso. Aveva vissuto una storia d’amore così intensa che aveva pervaso ogni più intima fibra del suo essere. Le aveva confidato tutto di sé, anche cose che non aveva mai confidato a nessuno prima. Anche la sua paura più remota ed ancestrale: “Ho il terrore di morire da solo“. Sapeva che in fondo si muore comunque da soli, ma desiderava una mano da stringere, uno sguardo in cui perdersi mentre la sua luce si spegneva. E quella risposta: “Non morirai da solo, io sarò sempre con te” lo aveva rassicurato e fatto sentire felice.
Parole, soltanto parole, che si erano perse, che erano state dimenticate, coperte da errori e malintesi, da scelte sbagliate e delusioni che li avevano allontanati, oramai per sempre.
Era senza speranza, senza una vita, senza il suo amore.
Doveva solo aspettare che Black Panther facesse ciò che doveva fare.

Aveva iniziato a frequentare locali, ad aggirarsi di notte per le strade buie, quasi a voler agevolare il contatto con il suo personalissimo angelo della morte. Sapeva che probabilmente era nell’ombra da qualche parte che lo osservava, per poter farsi un’idea delle sue abitudini.
Non gli aveva fatto capire che committente e bersaglio erano la stessa persona, non aveva richiesto un lavoretto “pulito” come un finto incidente o un infarto simulato. L’unica cosa che aveva chiesto era stata che la vittima non dovesse soffrire, una cosa rapida insomma: il dolore non piace a nessuno. Sperava anzi di venire finito per strada o in un luogo pubblico, perché ne parlassero i giornali, perché lei sapesse, nella folle speranza di poterle strappare almeno un’ultima lacrima, quella lacrima che poteva significare ancora un barlume d’amore per lui nel cuore di lei. E poi l’idea di un assassino che violava la sua casa, la casa dove aveva condiviso il suo amore con la sua musa, lo disturbava profondamente.
Ogni volta che udiva un rumore, uno scalpiccìo, una voce alle sue spalle, istintivamente chiudeva gli occhi e tratteneva il respiro: non aveva fornito alcuna scadenza al sicario, credeva che se avesse saputo la data del suo trapasso sarebbe potuto morire prima dall’ansia mentre il momento si avvicinava. Era oramai passata più di una settimana da quando aveva perfezionato il suo accordo con Black Panther, ed era ancora vivo. Così quella sera, come praticamente tutte le sere che avevano preceduto quella, dopo cena scese al pub che si trovava a due isolati di distanza da casa sua per bere qualcosa ed assaporare quelle che – finalmente – sarebbero state tra le sue ultime ore di solitudine, sofferenza e disperazione. Attraversò il solito lungo vicolo buio ed entrò nel locale. Quello che vide lo lasciò senza fiato.

Lei era lì, seduta al bancone, e guardava verso l’ingresso come se lo stesse aspettando. Era bellissima come sempre, con i suoi capelli neri sciolti sulle spalle, gli occhi di brace che lo avevano fatto innamorare la prima volta che la aveva vista.
Era inguainata in un tubino nero corto, tacchi alti, e un giacchetto azzurro che esaltava la sua carnagione mediterranea. Lui non riusciva nemmeno a respirare per quanto il suo cuore batteva velocemente. Che fare? Ostentare una sprezzante noncuranza? Restare in dignitoso silenzio? Sapeva soltanto che avrebbe voluto gettarsi piangente ai suoi piedi. Ma, imprevedibilmente, fu lei a prendere l’iniziativa.
Ciao. Come stai? Mi sei mancato tanto“.
A quelle parole credette di svenire. Farfugliò qualcosa, confuso, e questo sembrò farla intenerire ancora di più. Gli toccò il braccio, e quel contatto gli trasmise una scarica di adrenalina che lo scosse dalla punta dei piedi alla cima dei capelli. Fu come si fosse svegliato di soprassalto, e quello che vedeva come un’immagine lontana divenne all’improvviso realtà: iniziò a sentire il suo odore, l’odore della sua pelle che era dolce e vagamente piccante, e ricordò il sapore dei suoi baci, baci perfetti come quelli che si immaginano prima del primo bacio vero della propria vita.
Si sedettero appartati, e parlarono, e bevvero, e risero come lui non rideva da tempo mentre si beava del suo volto, della sua voce, del suo tocco delicato.
E, alla fine, lui pagò il conto, si alzarono ed uscirono per tornare a casa.
Per fare prima, imboccarono il solito vicolo.

Camminarono abbracciati per qualche metro, poi giunti in un punto un po’ più scuro lui si fermò, preso dall’irrefrenabile desiderio di baciarla. I loro volti si avvicinarono lentamente, le labbra dischiuse in una promessa. Il suo cuore batteva all’impazzata, mentre lei gli mise la sua mano sul collo, dietro la nuca.
Era così felice che quasi non si accorse di morire.
L’anello di lei gli iniettò nel collo una dose concentrata di una miscela composta da malonilurea, pancuronio e cloruro di potassio: la stessa usata per l’iniezione letale. Lui cadde a terra svenuto, con il diaframma paralizzato e in arresto cardiaco: condizione favorita anche dalla cena abbondante e dal grande quantitativo di alcol ingerito con lei al pub. Morì incosciente in pochi secondi.
Ti è costato molto farlo?“: una figura maschile che brandiva una pistola con silenziatore uscì dall’oscurità, avvicinandosi a lei e al corpo di lui.
Niente affatto” rispose lei, guardandolo con sguardo lontano, quasi assente, come se avesse appena avuto un orgasmo. “Certo la vita è strana: quando qualche giorno fa ti ho conosciuto, non avrei mai potuto immaginare che ti avrei dovuto dimostrare il mio amore in questo modo. E poi almeno lui è morto felice“.
Sei brava: sembri nata per questo lavoro. Se seguirai i miei consigli diventerai una vera maestra” disse lui.
Non chiedo di meglio, amore” rispose lei sorridendo in modo strano.
Lui alzò la pistola e sparò due colpi al petto, poi la finì con un terzo colpo al capo.
E magari poi avresti voluto il mio posto” chiosò Black Panther, allontanandosi nella notte.

©2013 Marcello Rodi

Informazioni su Marcello Rodi aka "Rodmark"

Redattore di Endzone.it, commentatore NFL, appassionato di golf, sport e cinema e romanziere da strapazzo...

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