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Altro racconto figlio di 20lines, scritto a quattro mani con Roberto Leone. Buona lettura!

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Piove. Quella pioggia fine, insistente, che sulla pelle quasi fa male ma che è anche così leggera che quasi non si vede, creando una sorta di sottile nebbiolina umida e fastidiosa, che ostacola il mio compito. Quello di osservare.
Nel mio lavoro conoscere chi si ha di fronte è tutto: devi capirlo, scrutarlo nei suoi momenti più intimi e normali, sapere quali sono le sue potenzialità e quali possono essere le sue reazioni.
Svolgere un lavoro come il mio non è facile, farlo bene è difficilissimo, essere perfetti è pressoché impossibile. Eppure io tendo sempre alla perfezione. C’è un mercato da soddisfare, e per essere competitivi occorre farsi un nome, essere conosciuti per efficienza ed affidabilità. Altrimenti si soccombe, e nel modo peggiore possibile. Si resta soli, finché non arriva qualcuno che ti taglia fuori in maniera definitiva da quel mercato.
Per questo osservare è così importante: devi sempre capire chi o cosa hai di fronte. Se hai avuto la fortuna – come me – di avere un buon maestro, non hai mai fatto lavori dozzinali o approssimativi: questo è molto importante. Come a scuola, la prima impressione è quella che conta: ricordo bene che la prima interrogazione, il primo contatto con un professore era fondamentale; se era positivo poteva valerti mesi di tranquillità relativa vivendo di rendita, e se eri abbastanza accorto da capire quando sarebbe ritoccato a te la pace poteva diventare permanente e duratura. Io non ho mai fatto un lavoro approssimativo, sono sempre stato accurato e raffinato, e ciò ha pagato. Ho rispettato la lunga tradizione dei Nizariti, coloro che nell’VIII secolo inziarono a seguire la dottrina di Hasan.
Proprio così, sono un assassino.

La pioggia scende più fitta, bagnandomi la testa che raso ogni giorno per non disperdere capelli e DNA durante i miei sopralluoghi. Non posso permettere che una cosa stupida come un po’ d’acqua dal cielo possa rovinare la mia giornata lavorativa: la pioggia sulla pelle non mi da fastidio, ma attirerei troppa attenzione indesiderata se rimanessi immobile sul marciapiede mentre le nuvole rigurgitano la loro ira. Seguendo un istinto improvviso prendo la rincorsa e busso al portiere con fare trafelato, lui capisce subito che sto cercando riparo dalla pioggia e mi fa entrare. Io gli sorrido mentre lo ringrazio e mi posiziono in un angolo dell’androne, fermo come una statua e attento come una tigre durante la caccia.
L’istinto è la parte fondamentale del mio lavoro. Solitamente cerco di prevedere tutto, ma inevitabilmente c’è qualcosa che può sfuggirmi, così l’istinto diventa la mia unica arma. Quando ero ancora inesperto non potevo permettermi di fare troppo affidamento su di esso, come imparai sulla mia pelle quel giorno a Edimburgo durante la mia terza missione. Ero appostato alla finestra di una casa studentesca e stavo aspettando il mio obiettivo, il fucile di precisione puntato. Avevo studiato bene le sue abitudini e sapevo che sarebbe entrato nella stanza per le dieci di sera da solo. Quella sera era rientrato con una donna. In fretta avevo deciso di uccidere entrambi. Un colpo a testa. Nessuno mi ha mai trovato.
Quando l’aveva saputo il mio maestro ero stato punito duramente. Capii che avevo sbagliato, che avrei dovuto rimandare tutto: la donna non era inclusa nel prezzo.
Ora so come usare il mio istinto. Anche in caso di errore non ci sarebbe bisogno di nessun maestro che mi punisce: quello che mi fece lo meritai, ma io non perdono chi mi fa del male.

Mentre sosto nell’androne, la mente torna agli insegnamenti ricevuti dal Maestro. Non lo chiamo così a caso. Nella setta dei Nizariti c’era una gerarchia ben precisa, che era così costituita: al grado più basso il Fedele, al quale venivano affibbiate le missioni più pericolose e spericolate: assuefatti dalla dipendenza da stupefacenti obbedivano ciecamente agli ordini gettandosi nelle imprese più ardite che portavano a compimento in luoghi affollati o in pubblico, arrivando al sacrificio estremo della propria vita. Poi i Laici, i Compagni e infine i Maestri. Pochi superano il livello di Fedele, io ce l’ho fatta usando l’astuzia e un po’ di tecnologia. I miei attrezzi? Punte di ombrello, anelli con lo spillo, sigarette truccate in grado di sparare dardi. Tutti pensano che l’omicidio debba essere un cruento esercizio di crudeltà. Io invece mi preoccupo di non far soffrire i miei bersagli, se non lo meritano.
Quando mi sentii pronto, il Maestro mi affidò un incarico, mandandomi ad incontrare un suo vecchio cliente. Non è prassi consolidata, in genere i clienti preferiscono restare anonimi, ma questo era un uomo così potente da potersi considerare intoccabile. Mi affidò l’incarico, un vero incarico da Maestro: ritirare chi mi aveva insegnato la sua arte. Presumo volesse coprire le tracce del suo passato, nessuno denuncia l’assassinio di un Nizarita come me. Per aiutarmi nel compito ripensai alla punizione ricevuta per quella donna, e ciò mi ispirò.
Amavo il mio Maestro, non avrebbe dovuto soffrire: misi su un preservativo un veleno estratto da una pianta esotica. Poi, mentre la scopavo, la baciai a lungo, in modo appassionato. L’assorbimento cutaneo fece il resto, simulando un infarto.

Sta spiovendo, non posso restare qui, darei troppo nell’occhio e sarebbe pericoloso per la mia incolumità. Sfodero il mio sorriso migliore ad uso e consumo del portiere, che mi saluta con un cenno, ed esco dall’androne appostandomi questa volta in un punto da dove posso controllare l’ingresso del condominio senza essere visto.
Ci sono due tipi di lavori: quelli puliti e quelli sporchi. In quelli puliti la richiesta del cliente è di non far capire che è stato un delitto, ma di simulare una morte naturale o un disgraziato incidente. In quelli sporchi invece l’esempio è tutto: il cliente vuole mandare un messaggio a qualcun’altro, e nello stesso tempo togliersi di torno un rivale o un possibile pericolo. Questi sono i lavori più semplici, quelli adatti anche a un Laico o a un Compagno come ero io prima di fare il salto di qualità. Quello di stasera è un lavoro sporco, ma il bersaglio è estremamente rilevante: si tratta di un uomo politico. Guardo l’orologio, dovrebbe essere qui a minuti, probabilmente la pioggia ha creato degli ingorghi nel traffico cittadino. Controllo con lo sguardo il tombino davanti all’ingresso del condominio, e con il pollice sinistro sfioro il pulsante del piccolo radiodetonatore nella tasca del mio cappotto. No, non sono mancino: la mia mano destra è sempre ben arrotolata intorno alla Glock 22 che ho nella fondina, semmai qualcosa dovesse andare storto. Chi mi vedesse penserebbe ad un uomo con un forte mal di stomaco. Un’altra cosa che il Maestro mi ha insegnato è il trucco della reticella: mai seminare bossoli quando usi la pistola. Una reticella intorno all’ugello di estrazione e il gioco è fatto. Adesso si tratta solo di osservare, ascoltare e attendere…

Attendo. Qualche auto passa davanti a me, sobbalzano quasi impercettibilmente quando le ruote passano sul tombino. Un fremito di eccitazione mi pervade e mi fa quasi venire i brividi, il mio pollice prude nell’attesa di premere il pulsante. Ho il completo autocontrollo della situazione, anche se mi risulta difficile non far stirare le mie labbra in un sorriso. Non sono come quei colleghi crudeli, che ammazzano per godere della sofferenza altrui: io odio la sofferenza. Ma non si fa il mio mestiere senza una motivazione forte.
Io godo nell’uccidere il prossimo. Non mi piace vederli terrorizzati, non mi piace vederli sofferenti, ma amo vedere la vita abbandonare i loro occhi, quando è possibile cerco di sentire i loro polsi in modo che possa capire quando il loro cuore cessa di battere. Mi sento potente in quei momenti, potenza che si tramuta in onnipotenza se il mio obbiettivo è stato particolarmente complicato da eliminare.
Con la coda dell’occhio vedo la macchina che stavo aspettando. Una Mercedes nera che fino a ieri era tirata a lucido, oggi luccica alla luce dei lampioni per le recenti gocce di pioggia che la costellano come rugiada su un fiore.
Sento il cuore martellarmi forte in petto. Nonostante vorrei vedere il momento, mi costringo ad allontanarmi. Entro poche ore ci sarà una caccia sfrenata a tutte le persone che sono stati nei dintorni del tombino prima del “momento”.
Sento la macchina rallentare. Cammino più veloce. Il mio pollice è pronto. Sento il motore spegnersi. Premo il bottone del radiodetonatore.
Il ruggito che segue mi eccita quasi quanto un cuore che smette di battere.

Mi allontano, con passo controllato, non devo dare l’idea di uno che fugge. Alzo gli occhi e vedo un uomo venirmi incontro: non mi guarda, ma sembra soffrire di un forte mal di stomaco. Estraggo la Glock e sparo: due colpi, in rapida successione, uno al corpo e uno alla testa; attutiti dal silenziatore non fanno più rumore di due libri che cadono in terra.
Non se lo aspettava, non si aspettava che lo conoscessi. Per fare bene il proprio lavoro devi sapere tutto del bersaglio, ma ancora di più del tuo committente. Quando mi ha ingaggiato, ho osservato anche lui, e tutti gli scagnozzi della sua scorta: questi era uno di loro. Voleva cancellare ogni traccia, lo stronzo.
Mi guardo intorno, la strada è deserta per l’ora tarda, il cattivo tempo, e probabilmente perchè a pochi isolati c’è stata un’esplosione. Mi chino sul mio mancato assassino. Idiota, non saresti stato nemmeno un buon Fedele. Penso a cosa fare di lui, e a come punire il suo padrone che ha mancato alla prima regola del contratto tra un cliente e un professionista: la lealtà. La morte per lui sarebbe un gran regalo: meglio fargli perdere tutto un po’ per volta. L’onore, la dignità, la famiglia, la ricchezza, la libertà. Poi, se ne avrà il fegato, potrà pensarci da solo a togliersi la vita. E se non funzionasse, ci sarò sempre io come ultima opzione: a volte è persino piacevole lavorare per passione anziché per denaro.
Prendo il radiocomando dalla mia tasca e lo infilo nella tasca del morto, poi mi allontano nella foschia.
Quando lo troveranno, sapranno a quale porta andare a bussare.