Vietnam Memorial

Non sono più.

Tutto ciò che rimane di me è un nome inciso su un muro di marmo nero posto nei giardini adiacenti al National Mall di Washington.

Sono scomparso combattendo una guerra che all’inizio non capivo, rubato ai miei amici, alla famiglia, alla vita di tutti i giorni.

Ricordo ancora quando mi arrivò la chiamata alle armi, perché i miei non avevano i soldi per mandarmi all’università. Dovetti fare armi e bagagli, e presentarmi al Comando della 82^ Divisione Aerotrasportata a Fort Bragg, in North Carolina.

Ricordo l’addestramento al combattimento corpo a corpo, le lezioni di tiro, gli addestramenti al lancio con il paracadute sia di giorno che di notte.

Poi, all’improvviso, arrivò il momento di partire: in 24 ore arrivammo a Chu Lai – un posto che nessuno di noi sognava nemmeno potesse esistere – e venimmo dislocati a difesa dell’aeroporto internazionale di Phu Bai, nella zona di Hué. Quel primo incarico fu alquanto semplice, tanto da farci pensare che (in fondo) ciò che si diceva a casa circa l’inferno del Vietnam fosse tutta un’esagerazione giornalistica. Purtroppo non era così.

Più tardi venimmo trasferiti a sud, vicino a Saigon, e combattemmo nel delta del Mekong, nel Triangolo di Ferro e lungo il confine cambogiano. Rimanemmo laggiù per quasi due anni, conoscendo le zanzare, le paludi, l’odore della carne in putrefazione e i veri orrori della guerra: gli stupri, i massacri, gli infanticidi per rappresaglia.

Sono saltato su una mina durante una pattuglia, tre giorni prima di tornare a casa.

Mi considero fortunato, perché non sarei riuscito a sopravvivere a ciò che avevo visto.

A parte il mio nome, di me non resta nemmeno il ricordo.

©2013 Marcello Rodi