3201017-4411224386-Batma

Ci sono giorni in cui vorrei essere un ragazzo qualunque: sapete, uno di quelli che vanno all’università, studiano, si innamorano, vanno al cinema o giocano a football.
Invece la mia vita di qualunque non ha mai avuto nulla.
I miei genitori uccisi da un mafioso, un certo Tony Zucco, che per estorcere denaro al circo dove loro lavoravano sabotò il trapezio usato per lo spettacolo, rendendomi orfano da un momento all’altro.
Venni allora adottato da un mecenate, un uomo molto in vista nella città dove viveva. Questo ha sempre provocato una marea di chiacchiere circa una presunta omosessualità di entrambi, con una vena di pedofilia da parte sua. Niente di più ingiusto nei suoi confronti: Bruce era un tipo un po’ strano, notturno ed introverso. Ma ciò che faceva (e che insegnò a fare anche a me) riscattava tutte le sue stranezze. Credeva profondamente nella giustizia, anche se la perseguiva in modo molto… “personale”, incappucciandosi e vestendosi da pipistrello. Affermava che i malviventi – superstiziosi com’erano – avrebbero avuto terrore di quella creatura. E in effetti aveva ragione: metà della sua efficacia era riposta proprio nel suo modo di apparire e scomparire sulla scena di un crimine.
Per me non era lo stesso: ero molto giovane, e avevo un carattere solare. Una creatura della notte non mi si confaceva, e così decisi di chiamarmi Robin, pettirosso, anche in omaggio al costume di scena dei miei genitori: un corpetto rosso e verde con una calzamaglia, a cui mi limitai di aggiungere un mantello giallo ed una mascherina nera che proteggeva la mia vera identità, quella di Richard John Grayson, dei “Grayson Volanti”.
Iniziò così la mia crociata contro il crimine.
Durante la mia adolescenza io e Batman siamo stati inseparabili: da lui ho imparato tutto. Mi ha trasmesso la disciplina ninja appresa da Ra’s al Ghul, con il totale controllo psicofisico da cui deriva l’abilità nel combattimento corpo a corpo e la scelta della giusta strategia per affrontare l’avversario di turno. Ha saputo amalgamare le mie qualità acrobatiche con le più raffinate tecniche di combattimento, rendendomi un maestro nella escapologia e nelle tattiche stealth, e uno dei più capaci artisti marziali al mondo. Da qui derivò il soprannome che mi affibbiarono i media, “Ragazzo meraviglia”.
Insieme invece eravamo conosciuti come “il Dinamico Duo”.
Ma purtroppo nella vita si cresce, e anch’io iniziai ad avere interessi diversi da quelli di venerare il mio tutore come fosse un padre perfetto.
Cominciai a pretendere qualcosa in più da quell’alleanza con una figura così ingombrante come quella del Pipistrello, e Bruce – che ha un carattere forte almeno quanto il mio – non cedette di un millimetro la sua leadership.
Iniziai a frequentare altri giovani dotati come me, e a preferirli alla compagnia di Bruce. Anche perché tra loro c’era una creatura meravigliosa, la principessa di Tamaran Koriand’r che in azione si faceva chiamare Starfire.
Fu una storia importante, non semplice ma importante. Oggi nutro qualche rimorso per aver abbandonato Bruce. Forse se fossi rimasto con lui, Bane non l’avrebbe mai ferito così gravemente da costringerlo a cedermi, temporaneamente, il mantello di Batman.
Bruce era in convalescenza e fece l’unica cosa che non sono mai riuscito a perdonargli: affidare il suo mantello a quello psicopatico squilibrato di Jean Paul Valley, discendente di una setta di Templari modificato geneticamente già nel ventre materno.
Valley fece scempio del nome di Batman operando in modo tragicamente violento.
Solo allora Bruce si decise a chiedermi di vestire i suoi panni affiancando il mio successore Tim Drake. Io infatti avevo lasciato i panni di Robin perché ormai mi andavano troppo stretti, ed ero tornato all’università a tempo pieno per completare i miei studi in Legge e tentare di vivere una vita che mi era stata negata fino a quel momento, una vita normale, da ragazzo qualsiasi. Capii solamente più tardi, molto più tardi, che Bruce operò quella scelta per timore che – affrontando Bane – potessi soccombere.
Cercando qualcuno che mi potesse capire, chiesi a Clark ciò che avrei dovuto diventare se non Robin. In risposta, Clark mi raccontò una storia di molto tempo prima su Krypton, su un uomo che venne rinnegato della sua famiglia, che decise di proteggere i deboli nei panni del supereroe chiamato Nightwing. Quello che Clark omise di dirmi fu che quell’eroe era Van-Zee, suo cugino. Allora decisi di onorare il leggendario kryptoniano adottando io stesso il nome di Nightwing, l’Ala della Notte.
Scelsi un’uniforme che in qualche modo rendesse lontanamente omaggio a colui che mi aveva formato, rendendomi un vigilante per la giustizia: Bruce Wayne. E per rispetto nei suoi confronti scelsi di esercitare la mia missione lontano (ma non troppo) da Gotham City.
Mi stabilii a Blüdhaven, a qualche decina di miglia di distanza dalla città del Cavaliere Oscuro.
Ora sono qui, a vigilare su questi edifici, e sui loro abitanti, come faceva Bruce tanti anni fa, all’inizio della sua missione. Appollaiato sopra un Gargoyle scruto l’ambiente circostante grazie ai filtri inseriti nella mia maschera, che mi permettono di intensificare la luce stellare.
All’inizio della mia avventura con Batman non riuscivo a comprendere il perché di certe scelte: il fatto di essere così solitari, di non permettere ad alcuno di avvicinarsi alla tua sfera privata, la tendenza ad essere introversi e lunari.
Poi ho capito. Adesso ho capito. Ho visto la vita di Bruce attraverso i miei occhi, le mie esperienze. Ho perso i genitori, ho incontrato dei pazzi, ho perso degli amici, ho avuto e perduto un grande amore.
Bruce è rimasto fin troppo una brava persona, dopo aver avuto a che fare con quel pallido pagliaccio sociopatico per quasi tutta la sua vita. E’ stato grazie a Tim se non è deragliato definitivamente: ricordo che chiese a me di riprendere i panni di Robin per aiutare Batman a ritrovare il suo equilibrio dopo la morte di Jason Todd.
Anche lì lasciai parlare il mio orgoglio, ma in fondo fu meglio: Bruce trovò un nuovo scopo nell’addestramento del nuovo Robin, non volendo ripetere l’errore fatto con Jason Todd, lanciato nella mischia troppo presto e con un addestramento insufficiente a fronteggiare un maniaco omicida come J.
Adesso capisco anche come mai Bruce era Bruce: la notte concilia i pensieri, e quando sei solo con te stesso ti fermi ad ascoltare la tua anima, a meno che tu non abbia la fortuna di avere a che fare con qualche delinquente folle ogni notte della tua vita.
E poi, il suo amore: quello vero, non gli innumerevoli amorazzi da playboy che lo aiutavano a consolidare la credibilità di Bruce Wayne e allontanarlo diametralmente da Batman.
Non parlo di Julie Madison, Vicky Vale, né della sua ex-moglie Thalia al Ghul. Parlo di Selina.
Se quei due non sono impazziti a causa del loro sentimento, è da considerarsi un vero miracolo. Pensate: Catwoman ama Batman, che per ovvi motivi non può amarla (metterebbe a repentaglio la propria identità segreta), ma Bruce Wayne e Selina Kyle si amano incondizionatamente, appassionatamente. Salvo che poi, sempre sul più bello, Bruce è costretto a scomparire perché viene chiamato da qualche emergenza, e senza poter dare spiegazioni.
E’ dura la vita di un animale notturno come il pipistrello: mentre il mondo fa l’amore, tu sei in giro per le strade, e non c’è pioggia neve o vento che tenga.
Poi Catwoman sviluppa un sincero pentimento ed inizia a virare verso l’eroismo (anche se – da ladra – non aveva mai recato danno a persona alcuna). Batman si convince, e la fa entrare nel gruppo svelandole la sua identità: così Selina scopre che non amava due persone diverse con la stessa intensità (e come si potrebbe?), e sembra mettersi finalmente il cuore in pace dopo tanti tormenti. Ma la sfida mortale contro Hush mette dei dubbi in Bruce circa il suo amore per Selina, e decide di lasciarla. Bruce non la ha mai dimenticata, e continua a vivere la sua vita solitaria con un mausoleo di rimpianti per lei nel suo cuore.
Non è facile essere un vigilante mascherato, per nessuno. Ve lo posso garantire.
E infatti eccomi qui, come colui che ha forgiato le mie abilità ma non è mai riuscito a piegare il mio carattere. Alla fine la vita è stata più forte di Batman: sono diventato esattamente come colui che tanto criticavo quand’ero giovane, incosciente e scapestrato.
Mi piacerebbe tanto riuscire ad andare dal vecchio Bruce e dirgli “avevi ragione, ero io che non capivo”, ma so che mi liquiderebbe con un grugnito ed una sincera stretta di mano. Credo che in fondo lo sappia, e che l’abbia sempre saputo, che con la maturità avrei compreso la sua vita, le sue scelte e i suoi tormenti.
Chissà quante volte anche lui, appollaiato su di un gargoyle come questo, avrà sperato in un’emergenza o un crimine per poter smettere di pensare, di elucubrare, di rimpiangere. Adesso riesco a comprendere anche perchè J diceva che lui senza Batman non sarebbe mai potuto esistere. Credo che il sillogismo fosse reciproco, che anche Batman senza quel pallido pazzo assassino a scandire i suoi giorni avrebbe cessato di essere, o perlomeno sarebbe stato molto diverso, o sarebbe stata diversa la sua vita.
Capisco anche perchè Richard John Grayson, detto Dick, non sarà mai, né mai avrebbe potuto essere, un ragazzo qualunque, di quelli che frequentano l’università, escono con le ragazze e giocano a football. Io ho avuto una fortuna – o una sfortuna – rara: la vita ha scelto il mio destino, facendomi camminare con i giganti: Bruce, Clark, Jason, Tim, Selina.
Ecco perchè adesso il mio nome non è più Dick.
Il mio nome è Nightwing.

©2013 Marcello Rodi