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I Racconti

My name is TORMENT!


torment

Anche questo racconto è frutto dell’esperienza su 20lines. I miei compagni di viaggio sono stati l’ineffabile Vincenzo Purpura, la misteriosa Alita Battleangel, il geniale Roberto leone e la sensibile Miriana Kuntz. I colori identificano i nodi scritti dai vari autori. Il mio, come sempre, è in nero.

Buona lettura!

* * *

Il mio nome è Torment e sono un serial killer.
Il mio è un mestiere difficile ma qualcuno deve pur farlo, per il lavoro di vittima c’è la fila, invece.
Non vi racconterò la mia vita perché il mistero è essenziale per quelli come me, per mantenere il fascino del mistero, vi dirò solo che non ho avuto nessun trauma e nessuna infanzia difficile.
E’ solo che in me sbocciò il seme della furia, una mattina di Novembre, come un motivetto che non puoi più toglierti dalla testa.
Pensavo a quanto potesse essere eccitante sventrare qualcuno, o fargli lo scalpo, e poi vedere la polizia, come formichine, intenta a cercare tracce ed eventuali passi falsi.
E’ come il sesso, è un percuotere violento di corpi nudi, una penetrazione che ti mette nella posizione di dominanza sull’altro.
Scatto foto delle mie vittime dopo averle uccise, e le invio per posta agli asili e alle chiese, ridendo al pensiero delle facce shockate e delle menti traumatizzate. Che falso moralismo, in tv si vede molto di peggio.
Mi chiamo Torment perché il nome è importante, un ottimo biglietto da visita, un po’ come Jack lo squartatore o Vlad l’impalatore. Lo scrivo col sangue perché sia un graffito indelebile che faccia a gara con i “ti amo” scritti con bombolette spray sui muri della città.
La pioggia mi piace perché mi fa sembrare Humphrey Bogart con questo cappello e questo impermeabile. Deve essere poetico essere macellato da me, da Torment​.

Il nome è Adam Clark e sono uno sbirro. Sì, ormai neanche io dico più poliziotto, solo sbirro, l’abitudine ai termini l’ho fatta dopo qualche anno nella omicidi.
Ma quella alla morte violenta, quella ancora no, ed ogni volta mi chiedo perchè io non abbia scelto di fare il farmacista, il postino, il commesso viaggiatore o che ne so.
E dall’ “incontro” con prima vittima di Torment mi pongo questo quesito ancora più sovente, come mi domando per quale motivo il caso sia stato assegnato a me – con un piglio di orgoglio da un lato, ed un movimento simile ad un crampo all’altezza dello stomaco dall’altro.
Era legata col filo spinato, la pelle lacerata fin quasi a mostrare le ossa, una Black Dahlia non tagliata a metà, ma con il ventre aperto come un fiore, in un’ esplosione di rosso e corallo e marrone ruggine. E con tutto quel filo spinato. Una rosa di morte e grida. Quella era stata la prima.
Quando il telefono suona alle quattro del mattino so benissimo di cosa si tratta – e rispondo di scatto prima del secondo squillo per non svegliare Helena. Poi penso che in effetti Helena mi ha mollato da un anno, ma ormai sono già al telefono.
Questo si crede un artista“, mi dice Neil dall’altro capo della cornetta.
Mhhh?” sono ancora annebbiato dal sonno e il puzzo del posacenere pieno mi colpisce come un ceffone quando il mio collega continua: “Adam, muovi il culo e vieni qui, ne abbiamo trovata un’altra: Torment è attività frenetica“.

Il mio nome è Erwin Fort e sto morendo dissanguato.
Il mio cane Sam invece è già morto. è stato ucciso e poi gettato nel cassonetto.
Sto morendo dissanguato. Stavo portando Sam a fare il suo giretto notturno quando mi sono trovato un coltello nella pancia. Sono stato trascinato di peso nel vicoletto più vicino. L’odore di spazzatura è pesante, ma mai quanto quello del sangue. Il mio. Sto morendo dissanguato.
Ho tante cosa da dire, ho mille pensieri per la testa. Penso a Sam. A mia moglie. Alla mia amante. E penso al dolore. Le coltellate che sono seguite alla prima fanno male, ma non mi hanno ucciso. Non vedo il volto del mio assassino, ma sento il suo dito inserirsi con sadica forza nelle mie ferite. Sa che sono vivo, perché respiro e perché gemo. Gemo ogni volta che lui infila letteralmente il dito nella piaga. Non urlo solamente perché il bastardo, per precauzione, mi ha imbavagliato: nessuno mi sentirebbe. Il bastardo non sta giocando col mio cadavere, ma sta godendo del mio dolore, della mia paura.
Luce. Un’altra. Un’altra ancora. Seguite da ritmici “click”. Che sta facendo? Mi costringo ad aprire gli occhi. Mi sta scattando foto.
Ancora cosciente?” il bastardo dice. La sua voce è divertita. La sua voce è un’altra coltellata ghiacciata. “Venuto ad assistere allo spettacolo della tua morte?” emette un verso che sembra una piccola risata. – Non costa tanto, fortunatamente. Solo una vita. Ora, se vuoi sapere il mio nome, basta che guardi il muro alla tua destra.
Mi volto. Mi si ghiaccia il sangue delle vene. Il bastardo ha usato il mio sangue come inchiostro. Sto morendo dissanguato. TORMENT. Bastardo. Sto morendo dissanguato.

Il mio nome non posso dirlo, preferisco restare in anonimato, perchè ciò che ho da dire scotta più della lava. Sono stata l’amante di Torment per dieci anni, dico amante perchè il suo primo ed unico vero amore è sempre stata la morte. L’ho incontrato in un vicolo buio la prima volta, si teneva il cappello scuro abbassato sul naso, quasi come a volersi riparare dalla pioggia. Dall’altro lato se ne stava con le spalle contro un muro e i nervi della caviglia tesi contro le piastrelle a morire di freddo. La pioggia gli picconava le ossa, lo investiva completamente, fino a fargli diventare i vestiti fradici. L’ho guardato in faccia e da subito ho capito che in lui c’era qualcosa che non andava, pochi minuti dopo ci siamo ritrovati a casa sua, nel suo letto, con il seno schiacciato contro il suo petto peloso. Mi ha tenuta per il collo per tutto il tempo della prestazione, come se avesse paura che io scappassi via, poi mi si avvicinò all’orecchio e a voce bassa disse: “Potrei ucciderti… potrei godere del suono delle tue ossa che si spezzano contro una mia potente carezza. Potrei annaffiare i miei fiori con il tuo sangue, potrei incidere sul tuo ventre perfetto il mio nome“.
Lui era Torment, lo psicopatico di cui tutti parlano. Ho sempre sognato essere l’amante di un uomo che vive di sangue. Da quel giorno lui è diventato un vero tormento, nel senso buono del termine. Ho iniziato a pensare al sesso come una battaglia contro la morte, il sangue che mi colava dai graffi che mi procuravano i suoi morsi non mi spaventava più, anzi mi dava uno strano senso di gloria, di onnipotenza. Poi lui mi ha lasciata, la cosa stava diventando troppo complessa, credo che lui sia stato sul punto di innamorarsi di me. L’amore e il sangue non vanno mai d’accordo, come una sciabola e una margherita.

Il mio nome non lo ricordo più.
Sono passati tanti anni e nessuno mi ha più cercato, nessuno mi ha più chiamato, per nessuno il mio nome ha significato più nulla. Vivo nei vicoli tra bidoni di immondizia e cartoni, ma preferisco stare da solo perché quelli come me in genere approfittano di quando dormi per derubarti. E’ per questo che porto sempre con me una vecchia mazza da baseball sotto il lurido pastrano che mi protegge dal freddo dell’inverno.
Qualcuno però è stato più furbo di me ed è riuscito a prendermi alle spalle: una botta in testa e sono rimasto svenuto per quanto? Un’ora? Due? Francamente non so. So solamente che quando sono rinvenuto ero steso dietro un cassonetto, con accanto la mia mazza da baseball e senza il mio adorato pastrano. E pioveva. E faceva freddo.
Il tempo di riavermi, ed ho sentito quegli strani rumori nel vicolo. La strada mi ha insegnato ad essere prudente, così mi sono affacciato senza fare rumore per vedere cosa stava accadendo. Quello che ho visto mi ha sconvolto: un uomo con un cappello e un bell’impermeabile stava squartando un povero disgraziato. Quando si è tirato su per fargli una foto (di pazzi in giro ce ne sono un mare!) ne ho approfittato: sono saltato fuori e l’ho colpito con tutta la forza sulla testa con la mia mazza. Il cervello gli è schizzato dappertutto, imbrattando me, il cassonetto ed i muri del vicolo.
Peccato per il cappello, ma l’impermeabile mi farà comodo, col freddo e la pioggia che fa.
Lascio lì il pazzo e la sua vittima, per loro è rimasta soltanto la pietà del Cielo, e me ne vado.
Speriamo di trovare qualcosa da mangiare…

Mi fermo sotto la pioggia. L’acqua pulisce il mio viso dal materiale gelatinoso che era il cervello del pazzo. Ho ucciso un uomo. Ho ucciso un uomo.
Ritorno indietro, al vicolo dove il pazzo stava operando su quel povero uomo. La pioggia battente ha pulito le sue interiora del sangue che ora si riversa nel tombino vicino.
Ho ucciso un uomo e sto vedendo il cadavere di un altro. Dovrei vomitare, o almeno essere disgustato. Di me, di lui, del mondo.
E invece sono eccitato.
La coda dell’occhio vedo una scritta, una sorta di murales. L’inchiostro rosso è fresco, ma non cola via perché protetto da una sorta di balconcino.
TORM…
Non gli ho fatto finire di scrivere. Vedo che vicino alla vittima c’è un coltello. Mi chino e taglio un altro squarcio nel suo corpo già martoriato. Il sangue esce subito, ma lento e ozioso visto che il cuore non lo pompa più. Immergo il dito nella ferita e mi avvicino al muro.
TORMENT.
Era questo quello che volevi scrivere, pazzo? L’ho scritto io. Questo vuol dire che sono più pazzo di te? Il tuo cervello è ancora attaccato alla mia pelle.
Non ho mai avuto uno scopo nella mia vita, vita che mi è stata rovinata da altre persone.
TORMENT.
Le andrò a prendere. Le farò soffrire. Raccolgo la macchina fotografica.
Il mio nuovo nome è Torment.

Informazioni su Marcello Rodi aka "Rodmark"

Redattore di Endzone.it, commentatore NFL, appassionato di golf, sport e cinema e romanziere da strapazzo...

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