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I Racconti

Being Bond


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Il mio nome è Bond, James Bond.
Ci ho messo un bel po’ per abituarmici, non è stato facile dopo che per una vita mi sono voltato al suono di un altro nome. Ma si sa, i miti non possono morire.
Per spiegarvi la situazione farò un semplice parallelo: conoscete la leggenda di Phantom? Il supereroe immortale, “L’ombra che cammina”, che veniva rimpiazzato ogniqualvolta il Phantom precedente era diventato troppo vecchio per assolvere al suo giuramento?
Bene, stessa cosa ma con una sola differenza: Bond viene rimpiazzato ogniqualvolta è diventato troppo morto per adempiere alla sua missione. A quel punto, “M” sceglie il più promettente agente della sua scuderia e gli affida il fatidico numero 7 preceduto dalla licenza di uccidere, il doppio zero. Ma dato che una sigla non fa la stessa impressione del nome, a suo tempo venne deciso che 007 non poteva prescindere dal nome di James Bond.
Del resto è un destino comune anche ad altri incarichi, come quello di “Q”.
Il Bond originale, quello vero per intenderci, rimase ucciso in Svizzera insieme alla moglie Teresa Di Vicenzo per mano di Ernst Stavro Blofeld, il capo storico della SPECTRE. Aveva deciso di ritirarsi, e se Blofeld non avesse avuto successo probabilmente io adesso avrei ancora il mio nome e la mia sigla originale, e lavorerei ancora all’MI6​ nella sezione Affari Internazionali come analista.
Invece adesso sono qui, nella mia villa alle Bahamas, a godermi un po’ di riposo dopo l’ultima missione contro la QUANTUM, e (se volete) posso raccontarvi la storia dei vari Bond che mi hanno preceduto…

Del Bond originale, quello “vero” per intenderci, credo si sappia già tutto.
La sua infanzia nella tenuta di Skyfall in Scozia, la morte dei genitori in un incidente sulle Alpi, la zia che lo ha cresciuto nel Kent, i suoi trascorsi universitari a Eton da cui viene cacciato per aver sedotto una giovane cameriera della servitù.
Le donne sono sempre state un problema per lui. Come dire, non riusciva a tenere a bada il contenuto dei suoi pantaloni. La scelta di arruolarsi in Marina derivò proprio dal suo desiderio di trovarsi lontano dai guai. Aveva un carattere piuttosto incline alla violenza, e questo – coniugato ai modi raffinati e a quel poco di cultura che era riuscito ad apprendere ad Eton – attirò l’attenzione del SIS, il Servizio Segreto Militare di Sua Maestà. Per essere arruolato aveva addirittura barato sulla sua età, aumentandosela di due anni.
La sua prima missione fu contro l’agente sovietico Le Chiffre: vinse una partita a poker facendogli perdere denaro destinato all’acquisto di armamenti. Questo attirò su di lui, oltre ad una serie di conseguenze piuttosto spiacevoli, anche l’attenzione del programma SMERSH. Era un programma di controspionaggio dell’epoca Stalinista, che venne riesumato ad hoc dai servizi segreti russi. In quella campagna Bond si confrontò con alcuni degli agenti più pericolosi del blocco comunista: Rosa Klebb, Kronsteen​, Goldfinger, il Dottor No, battendoli tutti. La SMERSH cessò di esistere quando una nuova organizzazione indipendente iniziò a ricattare indiscriminatamente tutte le superpotenze: la SPECTRE di Blofeld. Quello con Blofeld sarà lo scontro che gli risulterà fatale. La notizia della morte non venne fatta trapelare: Bond venne rimpiazzato dal suo successore la notte stessa.

I tempi stavano cambiando, sempre più spesso i servizi segreti occidentali dovevano confrontarsi ed allearsi per battere le minacce internazionali, un semplice sicario non andava più bene. Così venne scelto per rimpiazzare Bond un colto frutto di Cambridge – non per niente quell’università annovera più di 150 uomini politici di livello mondiale tra i suoi ex-alunni. Elegante, raffinato, ironico, il secondo Bond della storia ebbe il compito di eliminare Blofeld come sua prima missione. Ci riuscì dopo un paio di tentativi, in modo molto spettacolare, scaricandolo in una ciminiera da un elicottero.
Dopo quella missione il nuovo 007 affrontò con successo malfattori di ogni risma e categoria: contrabbandieri, diplomatici pazzi, megalomani con la compulsione della dominazione del mondo, sicari al soldo di potenze internazionali sconosciute, trafficanti di armi nucleari e di microchip. Qualche nome? Scaramanga, Stromberg, Hugo Drax, Kananga, Kristatos, Kamal Khan. Con il suo savoir faire il secondo 007 ha brillantemente risolto numerosi casi, non disdegnando mai (nel solco della tradizione) l’approccio ad avvenenti donzelle e i piaceri raffinati naturalmente implicati con l’ambiente del jet set internazionale che si trovava a frequentare per motivi di servizio.
La sua carriera è stata la più lunga dei vari Bond che si sono succeduti, e si interruppe bruscamente quando riuscì a liberare il mondo da Max Zorin​, facendo esplodere il dirigibile da cui quel folle intendeva attuare il suo piano per distruggere la Silicon Valley e diventare il monopolista assoluto nella produzione di microchip: Bond volò giù dalla cima del Golden Gate per scomparire nelle acque della baia di San Francisco.

Il terzo Bond non ebbe molta fortuna: i tempi erano cambiati, e senza la cortina di ferro non c’era più un nemico ben chiaro da combattere. Più che altro si aveva a che fare con schegge impazzite dei vecchi regimi, che trafugando armi e facendo contrabbando si arricchivano su piccoli conflitti locali.
Quel Bond ebbe a che fare con due affair di droga: il primo organizzato da un generale russo e un contrabbandiere americano in Afghanistan. Questi vendevano armi ai Mujaheddin in cambio di oppio che poi veniva raffinato in eroina e venduto sul mercato mondiale. Quella missione andò bene e si risolse felicemente.
La seconda invece fu fatale: Bond si trovava in Florida per fare da testimone al matrimonio del suo amico Felix Leiter, agente della CIA. Venne coinvolto nella cattura di un grosso narcotrafficante sudamericano – Franz Sanchez – che, una volta evaso, si vendicò di Leiter uccidendo la moglie e ferendo gravemente lui.
Quel Bond si lanciò in una sorta di crociata per vendicare il suo amico: rassegnò le proprie dimissioni dal SIS e come una scheggia impazzita si lanciò sulle tracce di Sanchez.
Usò tutte le sue armi seduttive per far innamorare di lui la bella Lupe​ , donna del narcotrafficante, e grazie a lei riuscì ad infiltrarsi nella roccaforte di Sanchez, che copriva i propri affari dietro l’immagine rispettabile e rispettata di un famoso telepredicatore.
Bond arrivò allo scontro finale con Sanchez deciso ad avere la sua vita in cambio del dolore che aveva sofferto il suo amico e la sua famiglia, e per raggiungere il suo scopo non esitò a sacrificare sé stesso.

Quella morte “fuori servizio” servì a trarre d’impaccio il SIS, che aveva comunque accettato le dimissioni di 007.
Venne scelto così il mio predecessore, un carismatico figlio di puttana che associava tutte le caratteristiche dei Bond che lo avevano preceduto: bello, atletico, spietato, raffinato e maledetto. Uno che amava giocare con le donne e con le armi in ugual misura.
Abilità che gli tornarono utili quando si trovò ad affrontare alcuni tra i nemici più stravaganti e temibili della storia delle minacce mondiali. Il primo caso fu quello di Janus, un pericoloso trafficante internazionale di armi che si rivelò essere il migliore amico e collega di 007. Poi fu la volta di Elliot Carver, un magnate dell’informazione globale che aveva deciso di raccontare in esclusiva la terza guerra mondiale, facendola scoppiare lui stesso mettendo contro Inghilterra e Cina Popolare. Il caso più difficile che quel Bond dovette affrontare fu quello che coinvolse il terrorista conosciuto come Renard​ ed Elektra King, figlia di un industriale assassinato dallo stesso Renard. Lì Bond restò molto coinvolto dalla King, che poi si rivelò essere vittima della sindrome di Stoccolma, e complice di Renard che la aveva rapita in passato. Quel Bond rischiò seriamente di morire nel Bosforo, ma purtroppo per lui quell’appuntamento fu soltanto rimandato di poco.
Nella sua ultima missione Bond affrontò Jai-Sun Moon, ufficiale della Corea del Nord e trafficante di diamanti, insieme ad un’agente donna della CIA (nome in codice Jinx). Dopo varie traversie tra Cuba e il Circolo Polare Artico, scomparvero insieme all’aereo su cui viaggiava anche Jai-Sun Moon insieme al padre nei cieli della Corea del Sud.

Ed eccoci arrivati ai giorni nostri.
I tempi sono molto cambiati dalla fine degli anni ’50, così come i nemici e le loro minacce. Ed è cambiato anche il modo dei servizi segreti di tutto il mondo nell’affrontarli. Oramai un semplice sicario non basta più. Occorre fronteggiare il proprio avversario su campi molto diversi: diplomazia, economia, informatica.
James Bond (o chi per lui si spacciava) è sempre stato un utilizzatore di gadget tecnologici, anche se ne provava un profondo disprezzo, convinto com’era che una bella pallottola o un flirt con la donna giusta potessero risolvere tutto. Questo poteva andare bene durante l’età dell’innocenza dello spionaggio, quando il nemico era definito e c’erano dei codici di comportamento da rispettare. Ma adesso, purtroppo, non è più così.
Adesso la guerra delle informazioni si combatte lungo le fibre ottiche, nei cavi telefonici, sulle trasmissioni satellitari, con le onde radio.​ Un sicario armato è solamente l’ultimo anello di una catena molto lunga composta di analisti, esperti nell’interpretazione delle foto aeree, crittografi militari, portaborse governativi. Tutti loro concorrono al perseguimento di un fine, e l’agente sul campo è semplicemente il loro braccio armato.
Io sono l’attuale 007, anche se un altro porta in giro la pistola, il nome e la sigla di James Bond. Sono un hacker, ho 23 anni e sono in grado di penetrare con un virus da me scritto qualsiasi rete governativa e non, per carpirne i segreti più intimi, le nequizie più inconfessabili.
Quello che voi chiamate James Bond esegue i miei ordini.
Chi l’avrebbe mai detto, vero?…

(Un tributo al Bond cinematografico, che mi ha accompagnato lungo 50 anni della mia vita)

©2013 Marcello Rodi

Informazioni su Marcello Rodi aka "Rodmark"

Redattore di Endzone.it, commentatore NFL, appassionato di golf, sport e cinema e romanziere da strapazzo...

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