GoalkeeperCome tutti i bambini ho giocato a calcio.
Ma non ero come gli altri. Ero alto, e grassoccio, e non molto agile. Nel calcio si è bravi quando si è brevilinei, quando la testa è vicina ai piedi, quando gli impulsi nervosi del tuo cervello raggiungono più rapidamente le gambe e ti consentono di essere più rapido, più sveglio, più potente.
Così, quando si facevano le squadre, ero sempre l’ultimo ad essere scelto. Se poi eravamo dispari, venivo messo in coppia con la palla per la scelta. E, regolarmente, la squadra che mi sceglieva mi metteva in porta, in modo che non potessi fare troppi danni.
All’inizio confesso che ci soffrivo, poi piano piano ho iniziato ad amare questo ruolo. Un portiere può essere più decisivo di un attaccante. Quando c’era un fallo pregavo che l’arbitro desse il rigore, per poter diventare protagonista. E poi non dovevi correre, non ti dovevi affannare dietro la palla, in area eri intoccabile: non appena qualcuno ti sfiorava mentre andavi in presa alta, era subito fallo. E comandavi i difensori, mediavi i litigi, tutto doveva funzionare nella difesa.
Una delle cose che però ricordo di quelle partitelle lunghe una ricreazione scolastica era l’assoluto senso di vuoto e di solitudine che provavo mentre l’azione si svolgeva dall’altra parte del campo: bene o male i miei amici erano tutti là in gruppo a correre dietro il “supertele” di plastica mentre io li guardavo dal mio eremo tra i pali.
Forse è per questo che sono diventato introverso e taciturno.
Forse è per questo che non ho mai avuto dei veri amici.

Crescendo mi sono cimentato ancora nel ruolo da portiere.
Ho sviluppato in altezza, sono dimagrito un po’, ma sono rimasto di struttura forte, massiccia.
Quando uscivo a valanga sugli attaccanti, questi mi saltavano sempre: credo temessero per le loro articolazioni. Finire sotto di me era un rischio piuttosto serio per le loro gambe: soprattutto se sei al liceo, ed ami giocare a pallone, andare in moto, e correre dietro alle ragazze. Stranamente nessuna ragazza però si innamora di un portiere: loro preferiscono gli attaccanti o i centrocampisti avanzati. I difensori hanno quasi gli stessi miei problemi: non così gravi, beninteso, ma certo non hanno lo stesso successo delle punte.
C’è anche da considerare il fatto che un portiere è un ottimo parafulmine. Quante volte mi è capitato di subire un gol a causa di una deviazione o di un piazzamento errato di un mio compagno. Ti distendi allo stremo, senti quasi le tue giunture cedere per quanto ti allunghi, per quanto fai per evitare che quella maledetta palla entri nella rete che stai difendendo, eppure non ce la fai, magari la tocchi con la punta delle dita ma poi resti a terra a guardare il pallone che lentamente, ineluttabile e beffardo, rotola dentro la porta.
Non importa di chi sia la colpa, c’è sempre qualcuno che ti apostrofa. “Ma che cazzo fai?”, “Ma non l’hai visto il tiro, a che pensavi?”. E’ persino inutile ribellarsi, è il gioco delle parti, è la natura delle cose. E poi le ragazze guardano…
E’ quello che ti devi aspettare quando non fai spogliatoio, e pensi solo a giocare al tuo massimo. Non ci sono amici, ci sono solamente compagni ed avversari. Entrambi sono più o meno buoni con te, ma non sono amici. Gli amici sono un’altra cosa.

Gli amici sono quelli che quando sei a terra, battuto, ti allungano la mano e aiutano a rialzarti senza dire una parola, ma solo guardandoti ti fanno capire “Tranquillo, non è stata colpa tua”.
Erano, sono, rari, ma a volte ci sono stati compagni così.
Purtroppo però al liceo la vita non è semplice. E’ una specie di competizione, di corsa ad ostacoli: tutti tentano di primeggiare per poter avere il premio più ambito, la reginetta del ballo, la bella tra le belle.
A volte mi capitava di pensare che Darwin avesse scritto il trattato sull’evoluzione della specie e sulla competizione naturale guardando il comportamento dei liceali maschi a caccia delle loro prede.
Ovviamente quelli con il carattere come il mio non hanno speranze in una lotta selvaggia all’ultimo sangue come questa, e allora non hanno molta scelta: abbassano la testa e fanno del lavoro e della dedizione il loro scopo di vita. Vengono apprezzati dai professori, dai loro allenatori, ma così facendo scendono all’ultimo gradino della catena alimentare. Alla fine diventano oggetto di beffe, oltre che dei loro colleghi maschi, anche delle ragazze…
Sono esperienze fortificanti, anche se immagino si stenti a crederlo: ti rendono immune come Mitridate al veleno, e alla fine non ci fai nemmeno più caso.
Semplicemente non parli con nessuno, non frequenti nessuno, impari a bastare a te stesso, e perdi la fiducia nel prossimo mentre ti richiudi nel tuo bozzolo per non soffrire.
E ti dedichi anima e corpo allo studio e allo sport.
Ne fai la tua vita.

Poi un giorno capita una cosa strana, di quelle che non t’aspetti.
Incontri una persona, un compagno di squadra, un difensore. Lui è uno di quelli che durante l’incontro non si allontana troppo, resta nei pressi della metà campo. E allora tu, come la volpe del Piccolo Principe, inizi un passo alla volta ad avvicinarti al limite dell’area di rigore.
Poi ci scambi una battuta, e lui ti risponde, e ride per quello che gli hai detto.
Allora inizi a frequentarlo anche fuori dal campo, e in men che non si dica ti ritrovi con il primo amico “vero” della tua vita. Uno di quelli che ti dà la mano per aiutarti a rialzare dopo una parata. Uno di quelli che quando hai subito un gol, non importa di chi sia la responsabilità, ti viene vicino e ti dà una pacca sulle spalle. Uno di quelli che, quando c’è un calcio di rigore, viene a darti un consiglio sottovoce per suggerirti dove devi buttarti.
Claudio era uno così. Un amico vero.
Non avevo molta esperienza nel campo dell’amicizia, ma suppongo di essere nel giusto quando faccio questa affermazione: una persona che ti fa apparire il mondo migliore, che condivide le paure e le gioie con te, che ti alleggerisce un po’ del peso della vita e ti mette in grado di sorridere ogni tanto, dev’essere per forza un vero amico!
E le cose non si limitavano a questo.
Uscendo insieme, iniziai a frequentare anche qualche ragazza della sua comitiva. La mia vita iniziava a cambiare: avevo un piccolo ingaggio nella squadra di Claudio, avevo un vero amico, avevo delle conoscenze, anche femminili.
Avevo qualcosa che iniziava a somigliare a una vita vera.

E alla fine arrivò lei, Susanna.
Mi colpì, perchè nonostante la abbia incontrata in una comitiva chiassosa e festante, lei si teneva in disparte. Aveva uno sguardo allo stesso tempo dolce e triste, come fosse persa in ricordi lontani. Parlava poco, solo se interpellata, e sembrava sempre riscuotersi come se la domanda che le era stata rivolta la avesse colta di sorpresa, come se stesse pensando ad altro. Percepii subito un’affinità con lei, e mi avvicinai.
Non fu facile, sembravamo due goffi orsi che temevano di essere feriti l’uno dall’altro, e per questo stavano in guardia. Faticai non poco per riuscire ad uscire con lei, e quello che mi colpì fu la determinazione con cui mi impegnai in questo approccio: non lo avevo mai fatto per nessuno, al primo rifiuto avevo sempre evitato di insistere per paura di soffrire ancora. Ma con lei no, non fu così, e quello che ne seguì fu il momento più bello, più pieno e più felice della mia vita.
Susanna fece di me un uomo nuovo, vidi con lei posti bellissimi e passai momenti indimenticabili. Continuavamo ad uscire con i nostri amici, a volte si aggregava a noi anche Claudio. Avevo Claudio, avevo Susanna, avevo la mia squadra: venivano sempre a vedermi, anche in trasferta, ed ero contento che – quando ero in ritiro – Susanna non stesse da sola.
Fino ad oggi.
Vi ho trovato a casa, rientrando, seduti sul divano.
Mi avete guardato con una faccia strana.
Mi avete detto “Dobbiamo parlarti“.

E adesso siete qui, davanti a me, e mi fissate con i vostri sguardi vacui, attoniti.
Mi avete appena detto che vi amate.
Avete distrutto la mia vita, portandovi via tutto, lasciandomi senza un posto nel mondo.
Mi dispiace, no, non riesco a capirvi e perdonarvi.
Il rivolo di sangue che inizia a colare giù dalla vostra fronte dovrebbe farvelo capire, inequivocabilmente!
Quando acquistai il revolver, anni fa, avevo intenzione di farla finita. Non avrei mai pensato di usarlo contro qualcun’altro: si, magari un ladro, magari per spaventarlo. Quando ti ho incontrato, Susanna, avevo pensato di disfarmene, di venderlo, perché avrebbe potuto costituire un pericolo con dei bimbi in giro per casa.
Poi, semplicemente, me ne ero dimenticato.
I due colpi sono stati forti, di sicuro li hanno sentiti i vicini, di sicuro tra poco questo posto sarà pieno di polizia.
Non vi ho permesso di portarmi via l’unica cosa di cui potermi fare vanto nella vita.
Un portiere difficilmente viene sostituito, se non per infortunio. E io non sono mai stato sostituito! Nemmeno da voi!
Terminerò la mia carriera con questo merito.
Mi metto la canna del revolver in bocca.
Mi colpisce il fatto che sia calda, e l’odore della cordite sale forte nelle mie narici.
L’ultima cosa che sento è il CLICK del percussore.

©2013 Marcello Rodi