Una piccola premessa a questo racconto: è figlio dell’esperienza nel laboratorio letterario online di 20lines, ed è stato redatto partendo da un’idea di Vito Ferro, che ha scritto l’incipit, sviluppato da Vincenzo Purpura e da me. Il risultato è stato un racconto che evoca le atmosfere care ai cultori di Blade Runner, che giudico uno dei film più belli della storia del cinema. I colori del testo vi aiuteranno a capire chi sia l’autore della parte di brano che state leggendo.

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Quando esco da lavoro sono sporco e stanco e a volte piango. Sto bene attento a non farmi vedere, a non far vedere uscire lacrime o a fare scossoni col corpo, non mi scuote nessun vento dentro, non tremo e non divento rosso, piango soltanto come se un flusso m’attraversasse e sembra quasi che rido, la smorfia che faccio (la vedo riflessa un momento sulle vetrine dei ristoranti) è come una risata sottile.

Non possono vedermi piangere, non devono farlo o sarei in pericolo di vita.
Quelli come me non dovrebbero saper piangere, dovrebbero solo fingersi normali, andare a lavoro ed assecondare i bisogni dei padroni, qualora ne avessero uno.
La gente mi guarda, loro non sanno chi sono, a saperlo è l’occhio che gravita sulle nostre teste, in aperto cielo, volante e silente come l’angelo della Morte.
Si chiama AerOculus e riesce a vedere tutto, attraversando oggetti e lunghe distanza come fossero sottili veli di Maya.
Quelli come me non dovrebbero saper piangere, è un mio difetto di fabbrica, l’unico dato che non sono capace di tremare né di arrossire o ammalarmi.
Le mie lacrime devono nascondersi come ladri o amanti perduti, i miei occhi divengono lucidi al punto di brillare nell’oscurità, perché solo al buio posso rivelarmi erroneo ed unico nel mio errore.
Amo la pioggia, mi è veramente utile quando ho voglia o bisogno di piangere, perché nemmeno l’AerOculus può distinguere le mie lacrime da quelle che Dio lascia sgorgare sugli esseri umani di tanto in tanto.
Quelli come me non dovrebbero saper piangere, ma io ci riesco e forse sono anche capace di soffrire, sebbene io speri che il flusso sia solo un malfunzionamento del mio assetto cranico.
Guardo il cielo ed aspetto che piova, mentre scorgo gli occhi intenti a controllarci, su quei velieri volanti attraversanti flutti d’aria e tuoni cerulei. Io sono un Homunculus, un replicante.  

Lo stesso fatto che quelli come me vengano chiamati Homunculi fa capire in quanta considerazione ci tengano gli uomini, quelli veri.
Siamo repliche mal riuscite perché la tecnologia attuale ha ancora parecchie lacune: siamo in una sorta di versione beta, e quando veniamo assemblati siamo repliche di persone vere, reali, nate da un atto d’amore e non dalla testa di ingegneri genetici.
Quando ci dànno la nostra personalità, questa viene filtrata dal software che ci attiva, che ci dà la scintilla della vita. Ma come si può filtrare l’anima, l’essenza vera di un essere umano?
La griglia artificiale è ancora dotata di maglie troppo larghe per quelle minuscole variazioni elettriche del cervello che gli umani – quelli veri – chiamano sentimenti. E così qualcosa passa, a volte l’ilarità, a volte la cupidigia, a volte la lascivia. Quest’ultima è dote molto apprezzata negli Homunculi di entrambi i sessi, e chi ha un Homunculus con quel difetto se lo tiene, generalmente, ben stretto.
A me è toccata la tristezza. Sono triste, in modo compulsivo, in modo totale. Ma stranamente non desidero, non voglio morire. Insieme alla tristezza, ho ereditato anche frammenti di ricordi. Una donna, dolce, innamorata. Una famiglia, una ragazza e due ragazzi. Un gatto. Felicità ormai passata. Quando emergono nella mia mente, allora non posso fare a meno di piangere. Ma sto attento a non farmi vedere dagli AerOculi che volteggiano sulle nostre teste. Perché, paradossalmente, quando piango c’è una parte di me che prova una strana sensazione, come un’ebbrezza.
Gli altri Homunculi con cui ho parlato la chiamano gioia residua.

* * *

Dall’alto dell’attico della Murray Tower, Adolf Murray, il creatore degli Homunculi, guardava la città volgendo lo sguardo in basso.
Un muro di vetro antiproiettile divideva il suo regno dalla dimora della gente comune.
Uno strato sottile ma rinforzato, trasparente, gli permetteva di osservare il mondo su cui si ergeva, sovrano.
Aveva creato quei replicanti, aveva donato loro la vita e agli umani aveva regalato dei servitori, degli schiavi sessuali, dei lavoratori instancabili.
Come per la Coca Cola anche gli Homunculi avevano un ingrediente segreto, un componente che altri avevano tentato di replicare per giungere al successo ed alla ricchezza. Invano.
Nessuno era riuscito a cogliere il segreto di Murray, di quel genio sregolato e solitario, viziato e depresso, insoddisfatto e superbo.
I suoi capelli bianchi, la sua pelle chiara, quegli occhi cerulei al punto da rasentare il colore del ghiaccio, quelle sue vestaglie capaci di esprimere ricchezza e Divinità da tutti i pori, lo rendevano quasi meno umano dei suoi “figli”.
Una sua intuizione aveva dato vita ad un impero economico destinato a sopravvivere alla stessa umanità, soprattutto ora che il progetto Lost in Space era prossimo all’attuazione. Mandare Homunculus nello spazio, per colonizzare, visitare e studiare gli altri pianeti, ma anche per lavorare nelle stazioni orbitali della Murray.
Ho tutto il mondo ai miei piedi. Come mai allora mi sento incompleto? Cosa o chi mi manca?“.

Murray volse lo sguardo alla parete dietro la sua scrivania: lassù campeggiava – maestosa – un’opera del primo medioevo terrestre, come tutte quelle opere era a sfondo religioso.
Raffigurava l’occhio di Dio – all’interno di un triangolo – che emanava raggi di luce tutt’intorno. La divina Trinità.
Migliaia di volte, per decine di volte al giorno, Murray si era soffermato con lo sguardo su quell’arazzo, e in cuor suo aveva pensato:
Vecchio mio, ho fatto come e meglio di te con questa merda che chiamano uomo. Ne ho creati migliaia, milioni. E sto lavorando per renderli perfetti, cosa che tu non sei riuscito a fare! Dovresti riconoscermi dei meriti, in fondo. In fondo quel triangolo dovrebbe essere un quadrilatero! Ed io dovrei esserne il vertice basso, l’unione ideale tra la divinità e l’umanità.
Perché nessuno mi riconosce questo merito? A volte penso che la gente mi detesti!
Io ho dato tutto per il genere umano, per il suo benessere, e non vedo riconosciuta una mia semplice giusta ambizione: quella di essere con pieno merito, un vertice del Tuo quadrilatero. Dovrei essere come e più di un Figlio per Te!“.
Si volse di scatto nuovamente verso la parete vetrata attraverso cui dominava – con il suo sguardo e nella sua mente – il mondo, e schiumando di rabbia urlò più a sé stesso che ad altri:
La pagherete cara! La pagherete carissima, la vostra poca riconoscenza! Quando il mio esercito sarà pronto, e avrò messo le mani su tutte le risorse della Terra e dei pianeti conosciuti, morirete come insetti schiacciati dal mio potere“.
E, al termine del suo delirio, profondamente infelice, pianse amaramente…

* * *

Quando esco da lavoro sono sporco e stanco e a volte piango. Sto bene attento a non farmi vedere, a non far vedere uscire lacrime o a fare scossoni col corpo, non mi scuote nessun vento dentro, non tremo e non divento rosso, piango soltanto come se un flusso m’attraversasse e sembra quasi che rido, la smorfia che faccio (la vedo riflessa un momento sulle vetrine dei ristoranti) è come una risata sottile.
Quelli come me non dovrebbero saper piangere, è un mio difetto di fabbrica, l’unico, dato che non sono capace di tremare, né di arrossire o ammalarmi. Le mie lacrime devono nascondersi come ladri o amanti perduti, i miei occhi divengono lucidi al punto di brillare nell’oscurità, perché solo al buio posso rivelarmi erroneo ed unico nel mio errore.
Sono triste, in modo compulsivo, in modo totale. Ma stranamente non desidero, non voglio morire. Insieme alla tristezza, ho ereditato anche frammenti di ricordi. Una donna, dolce, innamorata. Una famiglia, una ragazza e due ragazzi. Un gatto. Felicità ormai passata. Quando emergono nella mia mente, allora non posso fare a meno di piangere.
Nonostante le mie lacrime, nonostante la tristezza che provo, non sono infelice: i miei frammenti di ricordi altrui mi tengono compagnia, e il mio lavoro mi gratifica.
E poi c’è quell’ebbrezza, quella gioia residua…
Sono povere cose, sono briciole insignificanti, ma per un Homunculus come me sono tutta la mia vita.
E ogni giorno aspetto la pioggia per poter piangere a testa alta tra la gente.

©2013 Vito Ferro, Vincenzo Purpura e Marcello Rodi