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I Racconti

Sono un Ascaro


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Sono un Ascaro.

Un relitto umano che come unica abilità ha quella di saper combattere. Fino alla morte.

Non sono un soldato regolare, lo sono stato: Tenente Colonnello, comandante del Battaglione Night Stalker, specializzato nelle operazioni “sporche” sui pianeti ai margini dei rispettivi Sistemi Solari. I componenti di quella unità di combattimento erano tutti affetti – come me – dalla fotofobia, e questo ci permetteva di adattare rapidamente la nostra vista alla penombra di quei luoghi, e di essere più efficienti di un normale soldato equipaggiato con sistemi visivi ad intensificazione di luce. Questo finché la mia gamba destra non venne colpita da un vaporizzatore nemico: da allora cammino grazie a un impianto neurale collegato con un vecchio arto bionico (acquistato nel Sistema dei Gemelli da un trafficante di biomeccanismi) piuttosto difettoso e che spesso mi lascia nei guai.

Non sono mai riuscito a rassegnarmi: congedato dalle Forze Galattiche di Intervento, abbandonato dall’amore della mia vita, mi sono arruolato negli Ascari, un gruppo di mercenari intergalattici al servizio di chi paga meglio. Capita a volte che veniamo anche chiamati a combattere nelle zone “grigie”, dove le forze federali regolari non possono o non vogliono operare per motivi di opportunità o di convenienza politica.

Assegnato alla Compagnia “Basci-buzuk”, mi è stato inoculato il virus Ares-IV che attacca il sistema limbico sopprimendo la paura: non ce ne sarebbe nemmeno stato bisogno, dato che lo scopo della mia vita a questo punto è la Morte.

Nessun virus sopprime i ricordi, e quelli sono sempre il fardello più pesante da portare: fare i conti quotidianamente con i propri errori, le scelte sbagliate, il perdono mancato di chi ami. Finché morire sembra la via di uscita più semplice per poter riposare, o forse l’unica. Nemmeno le droghe calliopee, né le grazie delle femmine del sistema Parnassiano sono riuscite a cancellare dal mio cuore e dalla mia mente colei che mi aveva portato via la gioia di vivere.

Era stato un malinteso, con un corollario di moltissimi, piccolissimi errori giudicati, a torto, insignificanti: alla fine avevano costruito tra noi un muro insormontabile di incomunicabilità, e così l’avevo perduta. Per sempre.

Io, che credevo che nulla avrebbe mai potuto nemmeno scalfire il nostro amore, mi ero ritrovato ad amare da solo qualcuno che non era più con me.

Anche oggi, nel 43° secolo, a 2.000 anni dalla morte della Terra che ha visto la nascita del genere umano, nessuno è ancora riuscito a manipolare l’anima.

E così adesso sono su questa navetta da combattimento con i miei compagni ed il mio eterno dolore, pronto a sbarcare su un pianeta del 15° Sistema per riconquistarlo.

La navetta inizia la manovra di avvicinamento alla zona di atterraggio, mentre io e i miei fratelli siamo connessi ai nostri sedili tramite un cavo collegato ad un plug-in inserito nella nostra schiena, che sfruttando il canale nervoso ascendente del midollo spinale colloca i particolari della nostra missione direttamente nella zona dei ricordi a breve termine del nostro cervello.

Già, ora si possono inserire i ricordi come si fa con i dati in un computer al plasma liquido: peccato invece non si possa ancora estrarli o cancellarli per sempre. Ci hanno provato, per curare i sintomi dello stress post-traumatico nei soldati. Per avere il guerriero perfetto: senza memoria, senza rimorsi, senza pietà. L’unico risultato ottenuto è stato la formattazione totale del cervello, per dirla in termini informatici: delle piante umane, buone solo a sbavare, urinare e defecare, malgrado venissero nutrite solamente con una sonda naso-gastrica; venne allora deciso di usare quegli sfortunati come banca degli organi, attaccati a macchine diverse finché quello che restava di loro non era ulteriormente riciclabile. A quel punto, bastava girare un interruttore e accendere il crematorium…

Indugio in questi pensieri, mentre il mio cervello carica in background i dati di missione: decido di prestare loro attenzione, anche se non sarebbe necessario. Almeno avrò la mente impegnata in qualcos’altro, al posto di questi pensieri deprimenti.

Solita procedura: quattro squadre da tre elementi, la mia sarà formata da me e dai miei compagni di sempre, Jafar e Prince. Due compagni d’avventura fuori del comune, di quelli che verrebbero definiti “poco raccomandabili”. Due fratelli. Che però non sanno del mio desiderio di morte: non me lo permetterebbero, come non me lo hanno permesso finora.

Jafar: nel 21° secolo terrestre sarebbe stato definito un mujāhidīn, un combattente della jihad. Fortunatamente quelle parole avevano perso il loro significato quando il Sole (una stella molto tranquilla, di dimensioni medio-piccole, di tipo spettrale G2-V, che illuminava un piccolo sistema di pianeti in un angolo della galassia) aveva iniziato a trasformarsi in una nana bianca: allora il genere umano smise di combattere tra le sue fazioni e unì i propri sforzi nella ricerca di una nuova casa. Furono spedite navicelle verso tutti quei pianeti che sembravano poter offrire rifugio agli esuli terrestri: molte non giunsero a destinazione, alcune ebbero più fortuna. Jafar aveva conservato dei suoi antenati l’indole guerriera e la generosità, che ne avevano fatto uno degli Ascari più apprezzati dai dirigenti delle società che gestivano i nostri contratti.

Prince era invece della stirpe di Trasmen, sbarcata sul pianeta Sulbius. Era di nobili natali, ma la sua famiglia venne sterminata a causa di una congiura di palazzo. Messo in salvo da una giovane ancella (poi divenuta sua amante), attese il tempo della vendetta ed uccise uno ad uno i responsabili dello sterminio della sua gente. Lo fece tra un tramonto e l’alba successiva, che lo vide partire da Sulbius per arruolarsi nel nostro corpo paramilitare.

Loro ora erano la mia famiglia: tutto ciò che avevamo eravamo noi stessi, e il legame che ci univa. Aspirando alla morte sentivo di tradirli, ma a volte la vita diventa insostenibile. E non ci si può fare nulla.

I dati scorrono chiari nella mia mente, come se me li avessero spiegati in un briefing pochi minuti fa. Bella soluzione, in questo modo i capi possono stare alla larga dalle zone di operazione, normalmente ambienti estremamente ostili.

Che babbeo, io che ero pieno di ideali, convinto che bisognasse guidare l’assalto alla testa dei propri uomini per infondere loro coraggio! Sarebbe bastato un virus e un plug-in sulla spina dorsale, ed avrei ancora la mia gamba, la mia divisa, la mia vita. Ma si sa, i soldati regolari non hanno tutti i fondi delle agenzie di contractors come quella a cui apparteniamo, e poi sono guidati dal sacro fuoco degli ideali.

Che babbeo!

Che stupido babbeo idiota sono stato!

Merito tutto ciò che mi è successo, merito questa vita che vita non è: solamente uno svegliarsi un giorno dietro l’altro, chiedendosi quanto ancora ci vorrà prima che finalmente tutto finisca, prima di poter finalmente riposare.

Lo sgancio del cavo spinale e della protezione del mio sedile mi riscuotono finalmente dai miei pensieri: siamo a pochi secondi dall’apertura del portellone della navetta. Dobbiamo riconquistare il centro trasmissioni di questo sasso perso nell’universo, in modo da permettere alle forze da sbarco federali di passare non segnalate e raggiungere il pianeta principale del 15° Sistema, il sesto di 46 pianeti orbitanti intorno alla stella principale della Nebulosa Manubrio M27, nella Costellazione Vulpecula.

Gli Ispelliani che hanno preso il controllo dell’installazione – secondo le informazioni che ci hanno comunicato – non sono noti per essere dei gran combattenti, e tanto meno dei grandi strateghi: sono noti soprattutto per la ferocia e per il fatto di mangiare i loro nemici in modo da assumerne – secondo le loro credenze – le virtù ed il valore. Non sono esseri antropomorfi: sembrano delle enormi mantidi, alte due metri e mezzo, con delle lunghe roncole cornee e affilate al posto di quelle che noi discendenti delle razze terrestri definiamo braccia; la loro testa è piccola e a forma di sferoide prolato con due occhi lenticolari ai suoi apici che consentono loro una visione a 360° di ciò che li circonda: per tale motivo è estremamente difficile sorprenderli alle spalle. Le fauci sono situate sul grosso collo, grandi e ricche di zanne lunghe installate su potenti mascelle. In più, sono dotati di grande agilità e velocità negli spostamenti. Un compito davvero impegnativo, sarà molto facile lasciarci la pelle.

Magari stavolta sarà la volta buona. Magari riuscirò a rovinare la vita ad uno di quei bastardi.

Magari.

Guardo fuori dall’oblò: lo spazio è buio e freddo da queste parti, ostile: non c’è una stella a scaldare l’aria con la sua luce. Semplicemente non c’è luce. Mi sento quasi come se fossi a casa.

Il portellone si abbassa: siamo i primi ad essere scaricati sul terreno. L’ambiente è silvestre, fitto e opprimente. L’atmosfera è umida e nebbiosa. I miei due compagni sono costretti ad attivare i visori ad intensificazione di luce dei caschi, io invece sono a mio agio, riesco a distinguere chiaramente i contorni delle cose che ci circondano. Sento in lontananza i rumori della navetta che scarica le altre tre squadre.

Iniziamo ad avvicinarci alle luci che si intravedono in lontananza, quelle del nostro obiettivo. Avanziamo con cautela, senza fare troppo rumore: sulla visiera dei caschi viene proiettata una mappa con le posizioni dei nostri compagni. Stiamo stringendo il centro trasmissioni in un cerchio sempre più stretto, utilizzando le informazioni del visore per regolare la nostra avanzata. Ma qualcosa mi stringe lo stomaco: una sensazione, l’impressione che qualcosa non vada come dovrebbe.

Istinto?

Paranoia?

Non saprei dirlo, so solo che sento incombere una minaccia mortale su di me e sulla mia squadra. Nonostante il mio desiderio di morte, quando sono in azione mi sento responsabile per i miei compagni, per i miei amici: condannato a desiderare la morte quando a riposo, a desiderare la vita quando in azione. Che paradosso la natura umana…

Ad un tratto un guerriero Ispelliano sbuca da una pianta, poi un altro, poi un altro ancora. Sono veloci, silenziosi, letali. Ci girano intorno a velocità pazzesca, proviamo a colpirli, li manchiamo.

Jafar cade per primo, poi uno di loro colpisce la mia protesi, mi fa cadere, artiglia il mio casco frantumando la visiera. Le schegge mi accecano, continuo a sparare ai rumori, urlando.

Il cuore mi batte all’impazzata, sento qualcosa che mi colpisce al petto: è strano, non fa male…

L’ultima cosa che sento sono zanne che affondano nel mio cranio.

 

*** TOP SECRET ***
Federazione dei Pianeti Uniti – Forze Galattiche di Intervento
=== INTELLIGENCE REPORT ===

 

Data Stellare 421301.29

Come anticipato da precedenti rapporti, sembra confermato che il popolo Ispelliano riesca ad acquisire tramite il cannibalismo informazioni relative alle conoscenze in possesso dei nemici uccisi e immediatamente divorati.

Tale convinzione deriva dall’osservazione del comportamento dei guerrieri ostili durante l’ultima azione tesa all’infiltrazione e alla riconquista del centro trasmissioni situato sul planetoide Epsilon-Sylva-19 del 15° Sistema nella Nebulosa Manubrio M27: dopo la caduta dei primi contractors, le forze aliene si sono riorganizzate immediatamente sterminando senza esitazioni le forze di infiltrazione restanti, e abbattendo con singoli colpi ben mirati le navette da combattimento, la cui posizione di attesa era nota solamente agli uomini impiegati sul terreno nell’operazione.

Per tali motivi, si raccomanda di non utilizzare forze regolari o alti ufficiali in azioni considerate a rischio, onde evitare la compromissione di informazioni vitali per il conseguimento della vittoria finale. Si suggerisce l’uso di contractors o, in ultima analisi, di fornire le uniformi dei soldati di disintegratori azionabili a distanza dai loro comandanti, una volta che siano caduti.

=== fine messaggio ===

 

E’ questo l’inferno dei guerrieri?

Mi sono risvegliato, o meglio: la mia mente si è come risvegliata. In realtà è come se non avessi un corpo, e sono cieco.

E’ forse una sorta di coma?

No, non è un coma: è come se fossi parte di una mente più grande della mia. So di avere conoscenze che non avevo prima, anche se non riesco a definirle. Ho come idee e convinzioni che fanno parte di me, ma che attraversano la mia mente in un lampo senza lasciare alcuna traccia di sé, a parte la consapevolezza di averle avute per quel singolo, passato attimo.

Sento con me i miei fratelli, ma non posso parlare né comunicare in alcun modo con loro, anche se so che loro sanno che sono qui.

Provo a calmare i miei pensieri e ad ascoltare. Percepisco realtà e cognizioni che non sono del mio mondo, che non fanno parte della mia storia. Mi sento come un dio ignorante, che pur sapendo tutto in realtà non sa nulla.

L’unica cosa che mi appartiene è il mio vissuto: i miei dolori, i miei sbagli, tutte quelle cose di cui speravo di liberarmi per sempre, morendo.

Adesso capisco.

Ero un soldato.

Ero amato.

Ero un Ascaro.

Ora sono un Ispelliano, o quantomeno una parte della sua mente collettiva.

Condannato a vivere.

Eternamente.

©2013 Marcello Rodi

Informazioni su Marcello Rodi aka "Rodmark"

Redattore di Endzone.it, commentatore NFL, appassionato di golf, sport e cinema e romanziere da strapazzo...

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