La Palla della Partita

New York è bellissima sotto Natale: le luci tra i rami degli alberi, le vetrine addobbate e scintillanti e la gente che ride allegramente presa dall’euforia dello shopping. Rockefeller Center, trasformata in un’immensa pista di pattinaggio con un albero di Natale favoloso pieno di luci e colori, Bloomingdale’s con le griffes più affermate esposte in vetrine ammiccanti, e Toys“R”Us a Times Square che per i bimbi è un autentico Paese dei Balocchi.

Poi, allontanandosi da Manhattan, le luci diventano meno rutilanti, la gente meno chiassosa, ma lo Spirito del Natale aleggia dappertutto.

O quasi.

Big Joe lo Spirito del Natale non lo sente affatto: lui combatte la sua battaglia quotidiana con il freddo e la fame. E con la vita, che gli ha tolto ciò a cui più teneva, il suo football.

Una linea d’attacco di sicuro avvenire, dicevano. E lui si era cullato in quell’illusione. Aveva dato tutto al suo sport, trascurando anche gli studi, perché al College se sei forte gli esami te li fanno passare, salvo poi trovarsi dopo le scouting combine per il draft escluso per una questione di centimetri e di velocità, roba da poco ma quanto basta a cambiarti la vita. E così, con un pezzo di carta inutile per lavorare e solo le tue capacità sportive, inizi a bussare alle porte delle squadre semiprofessionistiche. Ti va benino, finché un maledetto giorno la gamba ti rimane sotto una pila di bufali come te, e tutto finisce per sempre.

Finiscono i sogni, finiscono i soldi, finisce l’amore. E ti ritrovi solo a dormire in un vicolo sotto un cartone insieme ad altri come te, difeso solo dalla tua stazza che impedisce a quelli malintenzionati di provare a fregarti. Ti scaldi con un bidone pieno di legno e kerosene, quando ti va bene rimedi un pasto nel retrobottega di qualche fast food o ristorante, e quando ti va male frughi nell’immondizia.

Per Big Joe non c’era nessun Natale, solo la quotidiana lotta per la sopravvivenza che lo spingeva a vagare per le strade del Queens, o di Brooklin, cercando qualcosa che lo aiutasse a restare – più o meno dignitosamente – in vita.

Fu durante una di quelle sue transumanze senza meta che una sera capitò davanti a quel ristorante, un posto semplice dove si servono uova con il bacon e caffè a colazione, e piatti e panini ammazza fegato a pranzo e a cena. Frankie’s, si chiamava: il nome scritto in lettere rosse sulla vetrina, coperta a metà da tendine a quadretti per garantire la privacy di chi si sedeva a mangiare lì vicino.

Big Joe guardò attraverso il vetro, e vide il gestore. Fece la faccia da derelitto, sperando di commuoverlo abbastanza da farsi regalare qualcosa da mangiare. Anche l’uomo lo vide, e il suo volto cambiò espressione, manifestando una dubbiosa sorpresa. Si rivolse ad una delle ragazze che lavoravano lì, che prese il suo posto dietro il banco della cassa. Poi si avviò all’ingresso ed uscì.

Ma tu… sei Joe Baker! Big Joe! Non mi sbaglio, vero?

Big Joe trasalì sentendo il suo nome, come se qualcuno lo avesse schiaffeggiato. Era talmente tanto tempo che nessuno lo chiamava in quel modo che quasi se lo era dimenticato.

Sono Frankie, Frank D’Antonio. Ti ricordi di me? Abbiamo fatto l’Università insieme, abbiamo giocato insieme a football. Io ero un fullback, sapessi quante volte ho seguito quel tuo culone per tirarmi fuori dai casini!

E rise sonoramente.

Big Joe si ricordava di lui, anche se aveva sepolto per il dolore tutto ciò che riguardava il football in un angolo lontanissimo della sua anima. Frank era un classico caciarone italiano, l’anima delle feste, quello che cercavi quando ti sentivi un po’ giù e volevi pensare ad altro. Erano usciti insieme tantissime volte, e Joe era sinceramente affezionato a lui. Non lo aveva riconosciuto, avrebbe voluto abbracciarlo con tutto l’affetto che provava ma si vergognava dei suoi abiti, della sua condizione, del suo odore.

Allora Frankie abbracciò lui fortissimo, come un fratello che ritrova un fratello dopo averlo perso per tanti anni. Quell’abbraccio sciolse il cuore di Big Joe, e copiose e calde lacrime iniziarono a rotolare giù dal suo faccione. Frankie lo fece entrare e lo fece accomodare tra gli sguardi stupefatti degli avventori, che si chiedevano se il proprietario non fosse impazzito. Le ragazze del locale, che conoscevano bene il loro capo e i sentimenti di cui era capace, invece, non fecero una piega.

Frankie ordinò per Big Joe una lauta cena, e rimase con lui a parlare dei tempi andati e di quello che era successo dopo. Fu come se tutti quegli anni non fossero mai passati. Frankie decise di aiutare il suo amico, gli offrì il posto di lavapiatti durante l’apertura, e di guardiano notturno durante la chiusura – dato che il quartiere non era proprio uno di quelli residenziali, e già più volte erano entrati a rubacchiare attrezzi e apparecchi dalla cucina. Nel retrobottega c’era uno spogliatoio con le docce dove avrebbe arrangiato un giaciglio di fortuna per il suo amico.

Poi, si alzò e scomparve per un attimo. Tornò con una palla da football in mano.

Ti ricordi questa, Joe?

Era una palla piena di firme. Big Joe scosse la testa, un po’ imbarazzato.

C’è anche la tua firma. E’ la Palla della Partita dell’ultimo Bowl che abbiamo disputato insieme. Il coach me la diede perché riuscii a segnare il touchdown della vittoria a tempo scaduto. Correndo dietro il tuo culone…

Prese un pennarello, e mise la sua firma su quella palla. Poi la diede a Big Joe.

Buon Natale, fratello mio!

© 2012 Marcello Rodi