Il viaggio

Arrivò alla stazione con i suoi genitori che albeggiava: era la prima volta che viaggiava in treno e si sentiva eccitato e felice come un bambino.

Salirono sul vagone e trovarono il loro scompartimento proprio un momento prima che il convoglio iniziasse a muoversi. Prese posto accanto al finestrino, nel senso di marcia. Suo padre si accomodò di fronte a lui, con sua madre accanto. Non capì il perché di quella scelta, ma non se ne curò più di tanto.

Non appena il treno prese velocità, rimase colpito da ciò che vedeva al di fuori del finestrino: tutte le cose sembravano corrergli incontro, e questo gli diede una grande gioia, come se la vita lanciasse verso di lui un numero infinito di opportunità. Si era portato dei libri, ed iniziò a studiare, e mentre studiava il treno fermava in numerose stazioni, e persone salivano e scendevano. Qualcuno si sedeva nello scompartimento con loro, condividendo così una parte di quel viaggio.

Tra studio e qualche chiacchiera passò un po’ di tempo, finché ad un certo punto suo padre si alzò e – dopo aver salutato lui e sua madre – scese dal treno. Fu il suo primo grande dolore.

Si chiese se avesse detto tutto ciò che c’era da dire, o fatto tutto ciò che c’era da fare; poi non gli restò che il ricordo serbato nel cuore.

Sua madre si spostò di fronte a lui, e iniziò anch’essa a guardare fuori dal finestrino.

Il viaggio procedeva, e le persone continuavano a salire e a scendere nelle stazioni.

Aveva smesso di studiare, e condivideva da un po’ il suo viaggio con la gente che aveva intorno: si era abituato a quella situazione, e la viveva come fosse un’animazione sospesa, senza gioia e senza dolore, quasi con assuefazione. Non guardava più fuori dal finestrino, e anzi si era spostato sul sedile accanto al corridoio, e si divertiva a guardare le persone che gli passavano accanto quasi sfiorandolo, ma praticamente ignare della sua esistenza.

Mentre era perso in questa specie di passatempo, il suo sguardo incrociò quello di una giovane donna che attraversava il vagone: rimase stregato da quegli occhi tristi e bellissimi allo stesso tempo, e provò l’impulso irrefrenabile di seguirla. Ma inizialmente titubò un momento, il tempo necessario perché lei scomparisse dalla sua vista.

Era dall’inizio del suo viaggio che non provava un’emozione come quella, allora decise di alzarsi e di cercarla per saperne di più su di lei.

Attraversò quasi l’intero vagone, guardando dentro ogni scompartimento, finché la trovò.

Era insieme ai suoi figli: due maschietti e una ragazza. Avevano con loro anche un trasportino che custodiva il loro gatto, nero con gli occhi gialli e un collarino rosso con un campanellino. Il posto accanto al finestrino di fronte a lei era libero, così si sedette ed iniziò a parlare con lei. Furono i momenti più belli del suo viaggio, ricchi di allegria e di una magia speciale: si dimenticò di tutto, e desiderò fortemente che quel viaggio non avesse mai fine. Aveva trovato la quadratura del cerchio, la pentola di monete d’oro ai piedi dell’arcobaleno: la felicità.

Poi, ad un certo punto, senza nessun motivo volse lo sguardo verso il finestrino e si accorse che – a differenza di quando era salito – si trovava nel senso contrario rispetto alla marcia del treno: le cose sembravano fuggire via da lui, e si ricordò della scelta di suo padre. Capì, e questo lo rattristò fortemente. Non seppe mai quanto rimase in quello stato meditabondo: quando si riscosse, però, nello scompartimento non c’era più nessuno. Dovevano essere andati via mentre lui era assente, perduto nei suoi pensieri.

Sentì sulle spalle il peso del mondo, e restò seduto in quello scompartimento ormai vuoto a guardare fuori dal finestrino mentre calavano le prime ombre della sera. Quando il treno rallentò per entrare in stazione ne fu sollevato, si alzò e si preparò a scendere.

© 2012 Marcello Rodi