Purtroppo continuano senza sosta le scosse che stanno martoriando le terre emiliane, colpendo una delle popolazioni più laboriose e produttive del nostro Paese: basti pensare che da quelle zone deriva l’1% dell’intero PIL nazionale.

E con il terremoto purtroppo non mancano le manifestazioni meschine e deprecabili che contraddistinguono spesso il comportamento del popolo italiano (con la “i” minuscola non a caso).

Quello più ripugnante: lo sciacallaggio.

E non parlo solamente dello sciacallaggio vero e proprio, quello cioè che spinge la feccia dell’umanità ad uscire dalla propria tana – come topi di fogna – per razziare le poche cose sopravvissute dopo le scosse ed abbandonate nelle case incustodite di chi, temendo per la propria vita, si è rifugiato in una tendopoli o in una roulotte.

Parlo anche di tutti coloro – piccoli e grandi, conosciuti e non – che prendono a pretesto una sciagura epocale per potersi lanciare in invettive contro il Papa, le Forze Armate, il Governo e chi più ne ha più ne metta: parole cariche di livore, spesso pretestuose, che prendono come spunto il disagio di chi soffre per screditare, insultare, a volte addirittura diffamare.

Ho vestito con immenso orgoglio l’uniforme dell’Esercito per 25 anni come Ufficiale del Genio: un’Arma storicamente dedita al soccorso delle popolazioni in difficoltà, con la sua capacità di ripristinare la viabilità, costruire e mettere a disposizione i propri mezzi in favore di chi vive nel disagio in seguito ad un evento drammatico quale può essere un terremoto. Basti pensare al Friuli nel 1976, all’Irpinia nel 1980,  e in questi giorni al Reggimento Ferrovieri che ha messo a disposizione il proprio treno speciale per gli sfollati Emiliani.

Ho vestito l’uniforme dicevo, in tempi in cui l’unico momento in cui un soldato riusciva a percepire l’affetto della sua Nazione era proprio la parata del 2 giugno. Non importava doversi schierare alle 6 di mattina, né alzarsi alle 2 di notte per salire alle 4 sul freddo cassone di un camion per essere trasportati in via dei Fori Imperiali: quei chilometri fatti con i tamburi e la banda, l’applauso delle persone assiepate ai lati della strada, la fierezza di esserci ti ripagavano di mesi di fatiche, sacrifici, a volte di prese in giro impietose da parte dei “civili” a cui tu non potevi ribattere per rispetto della tua uniforme.

Poi succede il terremoto, e ti senti dire che “non serve una dimostrazione di muscoli”, che la parata “costa troppo” e che “i soldi è meglio darli alle popolazioni terremotate”. A parte che la tanto criticata parata del due giugno scorso sarà costata si e no la benzina di nove o dieci mezzi e la gomma delle suole dei militari che hanno sfilato – ne sono certo – con immensa fierezza, vorrei ribaltare un attimo il discorso.

Forse costa troppo mobilitare la Protezione Civile, le Forze di Polizia, l’Esercito, i Vigli del Fuoco e i loro mezzi. Non sarebbe forse meglio risparmiare quei soldi e darli alle popolazioni? Che se la vedano loro con i soccorsi e la ricostruzione…

Tutte le cose viste sentite e lette sui social network e la televisione da parte di politici ed anonimi cittadini non sono altro che una forma di sciacallaggio ancora più sottile e perfida di quella di chi ruba nelle case incustodite. Perchè pesca nel dramma, divide la Nazione, uccide la solidarietà. Al solo scopo del proprio tornaconto personale o politico. Nè più nè meno di chi ruba nelle case, o aumenta i prezzi delle tende, dei camper usati o dei generi di prima necessità.