Sono sempre stato accusato di essere un “futurista”: non un seguace di Marinetti nel senso stesso del termine – anche se la sua arte mi ha sempre ispirato assai – ma come una persona proiettata avanti nel tempo, amante come sono della tecnologia e di tutte le sue manifestazioni, della fantascienza, delle imprese spaziali, e via discorrendo.

Devo però ammettere che tutte le volte che mi è capitato di volgere indietro lo sguardo, ho sempre trovato ispirazioni illuminanti, e spiegazioni di sconvolgente modernità anche nei fatti e nelle persone passate. Giambattista Vico ci parlava già nel ‘700 dei corsi e ricorsi storici, significando che nel corso della storia gli eventi si ripetono ciclicamente. E così anche oggi, che siamo attanagliati dalla morsa della crisi economica (come del resto già avvenne negli anni ’20 con la Grande Depressione negli Stati Uniti), a tutti quelli che rammentano soltanto i suicidi delle persone disperate voglio proporre uno scritto di un misconosciuto fisico americano di origine tedesca, tale Albert Einstein da Ulm, che negli anni ’30 così scriveva:

Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare sempre le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le Nazioni,  perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere “superato”. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni“.

Se potessi, darei una copia di queste frasi ben incorniciate ai nostri politici, sindacalisti e manager, affinché potessero appendersele bene in vista davanti alla loro scrivania o al loro posto di lavoro, e meditarci sopra ampiamente. La mancanza di coraggio non paga.

Mai.