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Monografie

Joseph “Dandy” Don Meredith (1938 – 2010)


Don Meredith

Nel resto del mondo il numero 17 non ha la valenza di portasfortuna come capita qui da noi. Eppure leggendo la storia sportiva di Don Meredith qualche dubbio non può che venire. “Dandy Don”, come veniva soprannominato per il suo aspetto raffinato e per i modi simpatici e affascinanti, costellò la sua carriera di scelte che furono all’apparenza sbagliate, se lette semplicemente in chiave dei successi conseguiti, ma che gli guadagnarono l’affetto e la stima di chi aveva intorno e tifava per le sue gesta. Non a caso, se chiedete a un tifoso dei Dallas Cowboys chi siano stati i più grandi quarterbacks a guidare la franchigia della Lone Star, nella lista ci sarà sempre il nome di Don Meredith.

Don Meredith con l'uniforme di SMUNato il 10 aprile 1938 a Mount Vernon, Texas, meno di duecento chilometri ad est di Dallas, è stato uno dei pochissimi giocatori dei primi Cowboys a svolgere la sua intera carriera sportiva in Texas. Dopo il liceo, in cui si distinse come studente e come sportivo nel basket e nel football, venne pesantemente corteggiato dall’allora coach di Texas A&M Bear Bryant; nonostante ciò preferì la Southern Methodist University di cui divenne starter quarterback al suo secondo anno. Il suo carattere gioviale lo fece presto diventare una specie di istituzione nel campus universitario, tanto che i suoi compagni parlavano della squadra di football come della Southern Meredith. Tanta fama non fu certo usurpata, se è vero che Don fu All-American nel 1958 e nel 1959, nel 1982 venne introdotto nella College Hall of Fame e il suo numero 17 venne ritirato nel 2008, durante la partita tra SMU e Houston.

Meredith fu letteralmente il primo Cowboy della storia della franchigia: raccontava, a proposito di questo, che gli era stato detto “Qualora riuscissimo ad avere una franchigia nella NFL, ci piacerebbe che tu giocassi quarterback per noi“. In realtà Meredith era stato scelto al terzo giro dai Chicago Bears, perché George Halas voleva essere certo che la nuova franchigia texana non potesse avere una partenza consistente. In realtà il contratto firmato da Meredith il mese prima del draft era per “servizi personali” con la Tecon Corporation, una società di proprietà di Clint Murchison – futuro proprietario dei Dallas Cowboys. Meredith non giocò mai con i Bears, e venne scambiato l’anno successivo per una terza scelta al draft del 1961. Ecco perché “Dandy Don” fu il primo Cowboy: fece parte della squadra prima che questa venisse fondata, avesse un nome e venisse scelto un allenatore.

Don Meredith e Tom Landry

Meredith passò i primi due anni nei Cowboys come riserva di Eddie LeBaron, per poi diventare titolare nel 1963. Condusse per la prima volta Dallas nella post-season nel 1966, guidandoli in due delle sconfitte più inattese ed amare della storia della franchigia in due finali NFL, entrambe contro i Green Bay Packers di coach Vince Lombardi: nel 1966 a Dallas (34-27) e nel tanto celebrato e famigerato Ice Bowl a Green Bay nel 1967 (21-17). Sconfitte che gli guadagnarono l’ingeneroso marchio di perdente, ma che nulla tolsero all’affetto che i tifosi nutrivano per lui, per la grinta con cui giocava e il carattere gioviale ed aperto. Nonostante ciò, si ritirò improvvisamente a soli 31 anni nel 1969, solo due anni prima della prima vittoria in un Superbowl della sua squadra. Le sue statistiche parlano di una percentuale di lanci completati pari al 50,7%, 17.199 yards e 135 touchdowns con un passer rating globale di 74.8, oltre a tre convocazioni per il Pro Bowl e il titolo di MVP nel suo anno migliore, il 1966. Nel 1976 viene introdotto nel Cowboy Ring of Honor.

Ma la parte migliore della storia di “Dandy Don” inizia adesso: nel 1970 la ABC tenta il lancio di un prodotto nuovo e rischioso. La gente è abituata alle partite di football la domenica pomeriggio, ma l’emittente di concerto con la NFL decide di procrastinare l’incontro di cartello della giornata alla sera. Nasce il Monday Night Football, la cui conduzione è affidata a tre personaggi mai più diversi l’uno dall’altro: il pomposo Howard Cosell, l’asettico Frank Gifford (che si unisce al trio solo nel 1971 per problemi contrattuali) e lo spumeggiante Don Meredith. Il suo marchio di fabbrica era la canzone “Turn out the lights“, cantata quando la partita che commentava era irrimediabilmente spaccata a favore di una delle due squadre.

Meredith Cosell e Gifford

Anche grazie a Meredith, il Monday Night Football diventa un rito per gli appassionati della NFL. “Dandy Don” diventa subito un beniamino dei telespettatori, quando il suo carattere esuberante lo porta a riferirsi all’allora presidente Richard Nixon come “Tricky Dick“, un gioco di parole con diversi significati anche piuttosto volgari, o quando a Denver afferma di trovarsi “One-Mile high” (battuta usata normalmente in relazione all’uso di stupefacenti), oppure quando gioca sul doppiosenso del nome del ricevitore dei Cleveland Browns Fair Hooker (prostituta gentile) affermando “Ancora non ne ho incontrata una“…

Don Meredith in "Sulle strade della California"

In quegli anni Don Meredith intraprende anche una carriera di discreto successo come attore: dopo qualche comparsata in telefilm come Pepper Anderson e Uno Sceriffo a New York, ottiene la parte dell’agente Bert Jameson nella serie Sulle strade della California, e diventerà il testimonial di una nota marca di thé, i cui spot sono stati trasmessi anche qui in Italia. In una delle puntate del telefilm, gli sceneggiatori scelsero un bar di Dallas in cui Meredith – curiosamente – interrogò il testimone di una rapina proprio sotto la sua gigantografia in uniforme dei Dallas Cowboys.

La sua carriera di commentatore televisivo termina il 20 gennaio 1985 a Stanford, quando commenta con Gifford e Joe Theismann il Superbowl XIX tra Miami Dolphins e San Francisco 49ers. A giudizio di molti la verve di Meredith si era spenta quando la sua nemesi storica Howard Cosell si era ritirato dalle scene l’anno precedente.

“Dandy Don” continua la sua vita come amato e stimato membro della comunità di Dallas per molti anni, venendo spesso invitato alle cerimonie ufficiali tenute dalla squadra. La sua ultima comparsa in pubblico risale all’inaugurazione del Cowboys Stadium, pochi mesi prima della sua morte avvenuta il 5 dicembre 2010 per un’emorragia cerebrale.

Viene tutt’ora ricordato come uno dei tre più grandi quarterbacks nella breve storia dei Dallas Cowboys. Con immenso ed immutato affetto.

©2011 Marcello Rodi

Informazioni su Marcello Rodi aka "Rodmark"

Redattore di Endzone.it, commentatore NFL, appassionato di golf, sport e cinema e romanziere da strapazzo...

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