Non amo parlare di politica, almeno non nell’accezione “volgare” di questa parola: sarebbe più giusto parlare di partitica, perché in fondo tutto è politica, perfino il prezzo delle zucchine al mercato.

Infatti la prima definizione di “politica” (dal greco πολιτικος, politikós) risale ad Aristotele ed è legata al termine polis, che in greco significa la città, la comunità dei cittadini; secondo il filosofo, “politica” significava l’amministrazione della polis per il bene di tutti, la determinazione di uno spazio pubblico al quale tutti i cittadini partecipano. Altre definizioni, che si basano su aspetti peculiari della politica, sono state date da numerosi teorici: per Max Weber la politica non è che aspirazione al potere e monopolio legittimo dell’uso della forza; per David Easton essa è la allocazione di valori imperativi (cioè di decisioni) nell’ambito di una comunità; per Giovanni Sartori la politica è la sfera delle decisioni collettive sovrane.

Al di là delle definizioni, la politica è l’occuparsi in qualche modo di come viene gestito lo stato o sue substrutture territoriali. In tal senso “fa politica” anche chi, subendone effetti negativi ad opera di coloro che ne sono istituzionalmente investiti, scende in piazza per protestare. O il contestare il prezzo delle zucchine al mercato, appunto.

Dicevo dunque che non amo parlare di politica perché tanto “le idee sono come le palle: ognuno ha le sue” (citazione citabile del grande attore e regista Clint Eastwood). Però certe cose mi infastidiscono, e come sapete poi mi viene voglia di sfogarmi.

Tutti sappiamo che momento sta passando l’Italia: presa di mira dalle speculazioni – ma nessuno pensa mai che magari siamo noi stessi e quel diabolico meccanismo del trading on line, gestito dal computer, che ci segnala quando è meglio vendere e quando comprare -, dileggiata a causa dei vizietti di alcuni nostri politici, lacerata dal gioco al massacro di chi dovrebbe invece governarla e difenderla.

Ora io dico: in tutte le famiglie, anche le più litigiose, davanti ad una minaccia esterna o a una crisi ci si compatta per fare fronte comune. Invece qui da noi no: c’è chi chiede dimissioni, c’è chi adotta la filosofia del “muoia Sansone con tutti i Filistei”, e c’è – come sempre – chi continua beatamente a farsi i fatti suoi rimbalzando da uno schieramento all’altro come se nulla fosse successo.

L’Opposizione chiede “un passo indietro” perché “è pronta a prendersi le proprie responsabilità“(???). La Maggioranza afferma che “non c’è alternativa a questo Governo“, mentre parte di essa dice che “tanto l’Italia non dura“(!!!). Il Presidente della Repubblica invece “attende le risultanze dell’Aula Parlamentare“. E alcuni deputati (con la “d” minuscola, e non a caso) cambiano schieramento, come se questo potesse aiutare il Paese in qualche modo, in questo momento. La grande assente di questi giorni, per come la vedo io, è la Buona Volontà da parte di tutti di fare il bene dell’Italia e degli Italiani, prima di quello del proprio orticello.

L’ultima definizione coniata – e che mi concederete, farebbe sorridere se detta in altri frangenti – è quella di “parlamentari delusi”. E noi, cosa dovremmo essere allora?