Che razza di giornata!

Oggi dovrei esordire nella prima partita del campionato italiano, giocata dai Gladiatori. In realtà non è la vera prima partita, è la seconda: la prima si è giocata ieri, ma non ho potuto assistervi perché impegnato con l’Università.

Mi hanno detto che al Palazzetto dello Sport partirà un pullman per Castelgiorgio alle nove. Arrivo alle otto e mezzo e parcheggio la mia 500 nel piazzale, ma una strana inquietudine mi assale: non c’è nessuno, sono solo. Forse ho capito male, forse sono già partiti, e adesso come faccio? La mia 500 ce la farà ad arrivare fino ad Orvieto ed oltre? Non è proprio di primo pelo, e già mi ha lasciato qualche volta per strada. E poi… Non so nemmeno di preciso dove sia Castelgiorgio!

Decido di aspettare, ma un milione di pensieri si affollano nella mia mente. Tutti quegli allenamenti, e le iniezioni di decontratturante fatte per sciogliere i muscoli irrigiditi dalla fatica e dal terreno duro di quel campo di preti dove ci alleniamo. Le ferite sulle braccia e sulle gambe, tutta quella polvere mangiata per cosa? E i miei compagni che forse contavano su di me.

In quelle poche settimane prima della partita si era instaurata la consapevolezza che una squadra è un insieme perfetto, un’armonia di sentimenti virili, uno sforzo comune. Io stavo forse tradendo tutto ciò per superficialità? Non avrei mai avuto il coraggio di farmi rivedere da loro se oggi fossi mancato a questo importante appuntamento…

Vengo riscosso dai miei pensieri dal rumore di un motore: ma è il pullman! E io sono sempre solo!!!

L’autista capisce dalla mia espressione il mio imbarazzo e sorride: mi spiega che gli altri sono tutti su da ieri, e che probabilmente io sono l’unico passeggero.

Durante il viaggio rifletto: sono importante per la squadra, come loro sono importanti per me. E’ valsa la pena di girare tutti i negozi di Roma per trovare una maglia da football con cui allenarmi, una maglia rossa della Champion con un bel caschetto stilizzato trovata in una jeanseria alla moda, una maglia che non avrei avuto il coraggio di mettere nemmeno per casa. E’ valsa la pena soffrire per i muscoli indolenziti e doloranti, per le abrasioni alle braccia, per la polvere negli occhi. E’ valsa la pena perché ho trovato la mia dimensione. Un ciccione fra i ciccioni, ed apprezzato per questo. Da non credere…

Alla fine arriviamo, io l’autista e il pullman. A Castelgiorgio è tutto un brulicare di gente, vedo i miei compagni di squadra che mi vengono incontro e mi accolgono, vedo la troupe della RAI, vedo lo Stadio Vince Lombardi ancora da terminare ma bellissimo e da togliere il fiato, con la sua tribuna coperta e il tabellone luminoso, e mi sento in America dentro al mio sogno. In un angolo c’è Stefano, davanti a una catasta di maglie azzurre e di pantaloni argento; mi guarda e mi dice: “Tu, dove giochi?“.

Siamo tanti, sono nuovo, è normale. “In linea d’attacco“, gli rispondo.

Mi tira una maglia, la numero 60.

E’ il 20 luglio 1980: quel numero e quella squadra si marchieranno indelebilmente nel mio cuore.

Per tutta la vita.

©2011 Marcello Rodi