Mi va di spendere due parole sulla questione Inter-Moratti-Palazzi, premettendo che non sono tifoso dell’Inter e che negli ultimi anni questa squadra l’ho gradita quanto si può gradire il fumo negli occhi.

C’è un dato di fatto incontestabile: anche l’Inter – in misura minore della Juventus, ma almeno allo stesso livello di Milan, Lazio e Fiorentina – commise atti tesi ad alterare i risultati del campionato di serie A, cercando favori presso quel sistema architettato da Luciano Moggi, che era diventato praticamente il deus ex machina della pedata nostrana.

In realtà Giacinto Facchetti (perché di lui stiamo parlando), con il suo grande Amore per quella maglia tentava semplicemente di “limitare i danni” per la sua squadra, conscio del fatto che le cose nel mondo del calcio giravano in un certo modo. Si adeguava, probabilmente malvolentieri, al marciume vigente per tenere a galla la società che tanto amava.

Se una colpa ha avuto quest’uomo – che nei miei ricordi d’infanzia è una sorta di cavaliere dalla lucente armatura pronto a galoppare sul suo destriero sulla fascia sinistra del campo da calcio creando quella che nei tempi moderni viene chiamata “sovrapposizione”, ma che ai tempi andati tanto imbarazzo creava nelle squadre avversarie non abituate a vedere un difensore destreggiarsi con tanta maestria col pallone tra i piedi in attacco – è stata quella di non denunciare ciò che tutti, a quanto pare, sapevano: pensate a Zeman, che per la sua sincerità era stato mandato al confino dal sistema, o alle battaglie di Franco Sensi contro “il Palazzo”. Una denuncia da Giacinto Facchetti avrebbe avuto un peso specifico di ben altra portata, e nessuno avrebbe potuto alzare il sopracciglio nell’atto di commiserare un povero pazzo.

Dunque Facchetti le sue colpe (veniali) le ha avute: colpe che non intaccano in alcun modo la statura dell’uomo che era e rimarrà altissima nel ricordo di tutti.

Per come la vedo io, chi sta veramente recando danno al suo nome in questo momento è chi tenta di sminuire le conclusioni di Palazzi nascondendosi dietro un delitto di lesa maestà che in realtà non c’è mai stato, allo scopo di limitare i danni per sé e per la propria società. Questo si che infanga la memoria di Facchetti: lui, da vero galantuomo, si sarebbe limitato ad ammettere le proprie responsabilità.

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