Capita a volte che si incontri qualcosa che si sente di voler integralmente sposare.

A me capita molto di rado: mi porto dietro il “peccato originale” del Liceo Classico, dove ti insegnano lo sguardo critico su ciò che ti circonda. Anche per questo amo definirmi un eclettico, e non nel senso di autogratificazione personale, bensì come l’intendeva Diogene Laerzio: il termine eclettismo (dal greco eklektekós da ekleghein, scegliere, selezionare) indica l’atteggiamento di chi sceglie in diverse dottrine ciò che è affine e cerca di armonizzarlo in una nuova sintesi. Sarà per questo che non mi riconosco in alcun partito politico, e che a molti posso sembrare ondivago nelle mie convinzioni.

Quando però trovo parole o idee da sposare in toto, per me è una sorta di avvenimento. Capita con questo libro di Luca Bauccio, avvocato milanese di 42 anni con la passione dei diritti umani. Ha scritto questo libro intitolato “Primo, non diffamare” che punta il dito sui malvezzi che io – come tanti altri – mal sopportano nell’attuale mondo dell’informazione, e non solo. Ascoltate.

I media sono divenuti un ricettacolo di diffamazione. Si diffama sui quotidiani, nei programmi televisivi, nei blog, alla radio. La vittima può essere chiunque: un vicino di casa antipatico che si ritrova su internet bollato come un guardone; un politico che viene accusato di essere un corrotto o un ladro, meglio se di auto; un magistrato accusato di essere un cancro, meglio se in metastasi; un imprenditore sulla cui onestà negli affari si fanno allusioni, o un funzionario pubblico sul cui operato si avanzano dubbi; un artista che ha esternato giudizi politici non graditi e per questo punito con illazioni sulla sua fedeltà. 
Oppure noi stessi, sul cui conto chiunque può scrivere in questo momento qualunque accusa e farla diventare pubblica con la straordinaria velocità e viralità di internet, con la diffusività di un giornale, con l’autorevolezza di un telegiornale o attraverso l’illusoria confidenzialità di Facebook
Nel nostro approssimativo elenco c’è pure la pubblicità, efficacissimo veicolo di trasmissione di offese a intere categorie di persone. Solo per indicarne alcune: i grassi, i neri, le etnie, i poveri, gli anziani, gli omosessuali, le donne. 
Si diffama per errore, per imperizia, per calcolo, per interesse politico, per odio, per convenienza, per soldi, per potere e per stupidità, sordida stupidità. Le categorie di diffamatori sono le più varie: politici, giornalisti, giornalistoidi, icone votive sotto scorta, 13 apprendisti stregoni, blogger incontinenti, polemisti che della diffamazione hanno fatto una sicura fonte di reddito. 
Sotto la diffamazione c’è quasi sempre un falso, un fatto che non si è mai verificato o che non si è verificato nei termini riferiti, una “mezza verità”. Un caso di mezza verità e riferire che Mario Bianchi è stato indagato per un reato e dimenticarsi di dire che l’indagine è stata archiviata. Si dice la verità, per metà però. L’altra metà non la si racconta e voi siete convinti che quel tizio o è ancora indagato o è stato pure condannato“.

E ancora: “In altri casi, la diffamazione si cela dietro affermazioni neutre, in apparenza prive di malevolenza, o sotto forma di interrogativi ingenui; forme, queste, che sono un espediente collaudato per diffamare senza assumersi la responsabilità di affermare apertamente ciò che si sa che è indimostrabile, falso, ingannevole. In altri casi ancora, il diffamatore raggiunge il suo scopo attraverso l’accostamento di fatti veri fra loro scollegati, ma che una volta legati sintatticamente l’uno all’altro producono una notizia nuova, diversa da quella che ciascun fatto esprime. 
Falsa, però. In questi casi il diffamatore formalmente ha solo riferito fatti veri e, statene certi, si difenderà affermando che lui non voleva certo offendere e che i significati offensivi che voi ne avete tratto sono frutto delle vostre elucubrazioni e, manco a dirsi, della vostra smania di far cassa.
Si diffama anche per depistare, per inquinare, per distrarre l’attenzione. Lo sanno bene i magistrati della Procura di Milano Armando Spataro e Ferdinando Pomarici che, nel bel mezzo delle indagini sul sequestro di Abu Omar, si ritrovano tra i piedi un noto giornalista, l’allora vicedirettore di Libero Renato Farina. Costui chiede loro un incontro per un’intervista. I magistrati concedono l’intervista. Nell’incontro il giornalista cerca di carpire informazioni e con l’occasione diffonde insinuazioni, voci, fattoidi sul coinvolgimento nel sequestro di un noto magistrato e della Digos di Milano. Butta lì la voce, chissà che i magistrati non la raccolgano e la sviluppino. Peccato però che i magistrati lo abbiano intercettato e sappiano tutto del suo piano. E chissà cosa avranno pensato quando, al termine dell’intervista fasulla, hanno ascoltato il giornalista depistatore che, compiaciuto della sua missione, aggiornava al telefono il suo referente dei servizi segreti.  
Il giornalista verrà indagato per favoreggiamento e patteggerà una pena a sei mesi di reclusione; dopo qualche tempo sarà radiato dall’albo dei giornalisti (non traete da questa storia conclusioni affrettate però: il giornalista radiato, un tempo a libro paga dei servizi segreti, scrive ancora sui quotidiani ed è stato eletto deputato)“.

Parole che, in tempi di squallida mediocrità mediatica quali quelli che stiamo vivendo, assumono quasi il significato della luce di un faro nella nebbia. Se amate la lettura che fa crescere ed insegna a capire quali sono le voci da ascoltare e quelle da ignorare, questo libro è per voi…