Ogni volta che va in scena una finale internazionale di qualsiasi livello in ambito calcistico, va in onda in contemporanea tutta una serie di lamentazioni – piuttosto teatrali – da parte dei commentatori ed esperti di turno sullo stato del nostro calcio: un autentico pianto greco.
Il termine viene dall’antico teatro, dove uno dei componenti principali dei drammi era il coro che commentava l’azione, sottolineando i passaggi più tragici con sonori “oioioioioi!!“. Il nostro “ahimé“, o “ohimé“, è proprio un lontanissimo discendente dell’antico “òi mòi“. Esattamente quello a cui assistiamo intristiti da parte dei nostri soloni che, oltre a stracciarsi le vesti, si guardano bene dal proporre soluzioni al problema, timorosi come sono di scontentare i potenti di turno. Spesso, anzi, li vediamo nascondersi dietro la famosa (o forse famigerata) sentenza Bosman che sancisce l’obbligo di libero mercato tra i calciatori comunitari.

Ma la sentenza Bosman obbliga le federazioni a non porre limiti sul tesseramento dei giocatori comunitari, non sul loro impiego. Per come la vedo io basterebbe porre un vincolo sul numero di stranieri schierabili in campo (quattro? cinque?), e un obbligo a schierare uno o due prodotti del vivaio (diciamo under 21), per dare impulso alle scuole calcio, premiare chi investe sui giovani, dare visibilità ed esperienza di gioco ai nostri giocatori e così ritirare su la qualità e la competitività della nostra scuola calcistica.

Con buona pace di chi piange in greco e continua a schierare squadre che di italiano hanno (forse) solo i soldi che le finanziano…

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