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I Racconti

Un Grande Amore


Seduto su quella sedia scomoda, meditava.

La mente era tornata indietro quasi da sola, a lei che gli aveva rubato il cuore. L’aveva incrociata per caso, quel giorno per strada. I loro sguardi si erano incontrati per una frazione di secondo e tanto era bastato perchè sentisse incrinarsi qualcosa dentro di sé: non aveva mai visto tanta dolcezza in uno sguardo, mai nella sua vita fatta di cose tristi e miserabili; non sapeva nemmeno se quella dolcezza fosse scaturita da una sorta di compassione per lui, che in fondo era un diseredato, un misero rifiuto di una società opulenta, l’ultima ruota di un carro che aveva deciso di non poterlo aspettare. Ma quello sguardo lo aveva fatto sentire ricco, di una ricchezza che non aveva mai avuto né tantomeno provato in alcun momento di quella vita che sapeva di odiare profondamente, come odiava gli esseri umani che lo circondavano.

Anzi, quasi tutti gli esseri umani: adesso sapeva che aveva qualcuno da amare con tutto sé stesso.

Tentò di accomodarsi meglio, ma niente da fare: era davvero una sedia scomoda. Riprese a pensare, a ricordare.

Ricordava come aveva iniziato a seguirla discretamente: gli bastava vederla da lontano, adorava la dolcezza del suo viso, della sua espressione, adorava il modo che aveva di camminare, di muoversi. Gli piaceva guardarla mentre si riavviava i capelli, come indicava con gentilezza le cose mentre faceva la spesa, il modo che aveva di aggiustare la tracolla della borsa sulla sua spalla. Stava attento a non farsi vedere: non tollerava l’idea di spaventarla, non tollerava l’idea che la paura potesse farla fuggire via da lui. Si rendeva conto di non essere adatto ad una creatura così dolce e delicata, e si accontentava di viverle intorno come fosse il suo angelo custode fino a sera, quando lei si ritirava nell’appartamentino al piano rialzato di quel vecchio condominio: allora lui aspettava dall’altra parte del marciapiede che spegnesse le luci, poi tornava nel suo vicolo, tra i suoi cartoni, a consumare quel poco che riusciva a rimediare tra le immondizie del vicino ristorante italiano, per addormentarsi felice pensando al giorno dopo, al momento in cui l’avrebbe rivista.

Fino a quella sera.

Strinse i pugni, senza riuscire a muovere le braccia. Il volto contratto in una smorfia. Tentò nuovamente di accomodarsi, invano.

La aveva seguita per tutto il giorno, come sempre, fino a sera. Ma quella sera lei aveva incontrato qualcuno davanti al portone di casa sua: un giovane bello e curato, ben vestito. Sembravano amici, avevano chiacchierato e scherzato un pò lì davanti, poi erano saliti in casa. Lui era rimasto lì, interdetto: da una parte era felice che lei avesse qualcuno, dall’altra avvertiva un piccolo dolore sordo in fondo al suo cuore. Poi le cose erano precipitate.

Aveva seguito i due con lo sguardo attraverso le finestre che avevano le tende aperte, la luce all’interno gli aveva consentito di vederli: ad un certo punto lei si era allontanata da dove stavano parlando, e lui sembrava volerla stringere in un angolo. L’aveva afferrata in modo niente affatto gentile, tentando di baciarla: lei aveva tentato di divincolarsi, poi lo aveva colpito con uno schiaffo; allora lui le aveva stretto le mani intorno al collo, poi i due erano caduti in terra, nascosti alla sua vista. In preda ad un impulso irrefrenabile era corso dall’altra parte della strada e aveva salito trafelato le poche scale che lo separavano dal portone dell’edificio. Aveva suonato tutti i campanelli del citofono sperando che qualcuno gli aprisse: quando era successo, si era catapultato all’interno dell’androne verso la porta del suo appartamento proprio mentre questa si stava aprendo, e mentre il giovane ben vestito usciva di corsa. Era alto e forte, e gli aveva dato una spinta che lo aveva mandato a gambe levate, poi era sparito fuori dall’edificio.

Si era rialzato faticosamente, poi aveva notato la porta dell’appartamento spalancata: non udendo alcun rumore dall’interno, aveva deciso di entrare. Fu allora che la aveva vista, laggiù, a terra, in una posa scomposta non degna della sua eleganza e della sua dolcezza: si era avvicinato con il cuore gonfio di dolore e aveva fatto l’unica cosa di cui era stato capace, afferrandola tra le braccia e cominciandola ad accarezzare, cullandola stretta a sé…

Il rumore della tendina che si apriva lo distolse dai suoi pensieri. Guardò in modo inespressivo le persone al di là del vetro, che ricambiarono quello sguardo con un misto di compassione e disprezzo. Poi udì il rumore delle due pastiglie di cianuro che cadevano nel contenitore di acido solforico: in pochi istanti quel piccolo locale si riempì di un forte odore di mandorle amare. Lui ripensò ai suoi occhi, ed inspirò forte. Disse tra sé e sé “Arrivo, Amore mio“, poi perse conoscenza.

©2011 Marcello Rodi

Informazioni su Marcello Rodi aka "Rodmark"

Redattore di Endzone.it, commentatore NFL, appassionato di golf, sport e cinema e romanziere da strapazzo...

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