Bob Lilly ha vissuto un sogno che nessun texano potrà mai più vivere: cresciuto in una piccola cittadina dello stato della Stella Solitaria idolatrando le leggende della Southwestern Conference, diventò una di loro giocando per la Texas Christian University. Fu la prima scelta assoluta della storia di quello che sarebbe diventato “The America’s Team”, i Dallas Cowboys. E’ stato il primo membro del loro Ring of Honor, uno dei più grandi uomini di linea difensiva di tutti i tempi, ed è stato introdotto nella Hall of Fame sia del college che della NFL.
Questo era, ed è, Bob Lilly: “Mr. Cowboy”.

Mr. Cowboy

Robert Lewis Lilly nacque ad Olney, Texas, il 16 luglio 1939, e crebbe a Throckmorton, una minuscola cittadina 130 miglia a ovest di Dallas. Come quasi tutti i suoi coetanei a cavallo tra gli anni ’40 e ’50, crebbe a pane e football con le imprese della Southwestern Conference: i venerdì sera passati a seguire la squadra locale in lungo e in largo per lo stato, e tutti i sabato nei campi, tra i raccolti ed i pozzi di petrolio ad ascoltare per radio le partite dei college, aspettando gli scouts come nei sogni di qualunque ragazzo che indossasse le shoulder pads in qualsiasi polveroso paesino del Texas.

Throckmorton

C’è da capire una cosa sulle piccole realtà del Texas, e soprattutto su quelle del West Texas, per poter comprendere appieno il carattere di uno come Bob Lilly: la gente è semplice, ed il lavoro è duro. Questo è vero oggi, e lo era a maggior ragione ai tempi di Lilly. Le persone dànno il massimo, e si aspettano che chi sta loro intorno faccia lo stesso: le comuni avversità quotidiane creano cameratismo e solidarietà, ed instillano un orgoglio ed un’etica del lavoro che solo chi è cresciuto da quelle parti comprende ed apprezza.
I genitori si trasferiscono a Pendleton, Oregon, prima dell’inizio dell’ultimo anno di superiori di Bob, ma è una brevissima parentesi: Lilly torna in Texas, a Fort Worth, l’anno successivo per vestire la casacca viola di TCU ed iniziare il proprio cammino verso la leggenda. Scrivevano di lui in quegli anni: “Avrebbe voluto essere da esempio per la sua generazione di aspiranti giovani atleti. Lilly è un prodotto del tempo in cui ogni talentuoso studente di origine texana sognava di giocare nella Southwestern Conference“.

TCU

Allora non esisteva nulla di più eccitante che giocare nella Southwestern, sia perchè la NCAA come oggi la conosciamo era di là da venire, sia a causa delle fortissime rivalità che si erano sviluppate all’interno dello Stato del Texas tra le varie Università. Era il periodo in cui le piccole realtà come Texas Christian, Southern MethodistRice e Baylor potevano competere alla pari contro le grandi sorelle Texas e Texas A&M, e gli studenti che dicevano di si a SMU o a TCU godevano della stessa considerazione di quelli che andavano a giocare nelle due università maggiori. E Lilly era comunque una novità per i college di quei tempi: un defensive tackle di due metri per 115 chili che riusciva a correre veloce, girando attorno alla linea avversaria per rincorrere i runningbacks creava un mucchio di problemi a chiunque. E non era ancora nata una linea offensiva in grado di bloccare quel tipo di giocatore. Aveva una rara combinazione di velocità e cattiveria, e chiunque l’abbia visto giocare allora dichiarava che non c’era nessuno forte come Bob Lilly.

Bob Lilly nel suo anno da rookie

Nel 1961 Tex Schramm e Gil Brandt cercavano un giocatore degno del ruolo di prima scelta assoluta nella storia dei Dallas Cowboys. I Cowboys ne avevano due nel primo giro, dato che erano un expansion team e che l’anno precedente non avevano partecipato al draft: la prima e la tredicesima. La prima assoluta era stata scambiata durante la precedente stagione con i Washington Redskins per il quarterback Eddie LeBaron, e così Dallas vide andar via Mike Ditka ai Chicago BearsJimmy Johnson ai S. Francisco 49ers e Herb Adderley ai Green Bay Packers. A quel punto, non c’era alternativa. Volevano un pilastro difensivo per il loro coach col pallino della difesa, e pescarono la classica pepita d’oro nel ruscello di casa. Lilly ebbe un contratto da rookie di 11.000 dollari all’anno: per quella cifra i Cowboys si assicurarono i servigi del futuro Rookie of the Year e il fondamento di quella che sarebbe presto diventata la temuta Doomsday Defense.

HoF

L’ingrediente chiave di quel fondamento sarebbe stato la leggendaria intensità che Lilly metteva sia nel giocare a carte con i compagni di squadra che nel braccare gli avversari durante le pass rush. Bob semplicemente non amava perdere, cosa che invece i Cowboys avevano fatto in abbondanza fino a quel momento. Fin dai tempi di Throckmorton Lilly era famoso per la sua intensità: era così risaputa la sua dote che la NFL creò nel 1971 un poster intitolato “Bob Lilly: Intensity” in cui il giocatore era raffigurato mentre, col volto trasfigurato dalla trance agonistica e con i denti digrignati come una belva, sembra tentare di staccare la testa del runningback dei Buffalo Bills Wayne Patrick.

Intensity

Lilly si dedicava agli allenamenti con la stessa intensità; era immensamente forte già di natura, ma le cure degli allenatori atletici di Landry lo resero praticamente inarrestabile. Gli avversari lo raddoppiavano, lo triplicavano, tentavano di bloccarlo con schemi a zona o disegnati appositamente contro di lui: Lilly li neutralizzava, prima di tutto con la sua forza, e poi con le ore spese nella film room a studiare gli attacchi avversari e le tecniche di bloccaggio, combinando la sua intensità selvaggia sul campo con un vorace appetito nell’imparare a migliorarsi. La sua intensità fu anche la dote che lo tenne tanto in campo: saltò un’unica partita nella sua carriera durata 14 anni, che lo ha visto convocato per 11 Pro Bowl (10 consecutivi dal 1964 al 1974) e nominato per sette volte nell’All-Pro Team.

Una furia inarrestabile

Ma la giocata di Bob Lilly rimasta nell’immaginario collettivo rimane quella del Superbowl VI contro i Miami Dolphins, unico Superbowl dove una delle due squadre terminò la gara senza segnare nemmeno un touchdown. I Dolphins avevano bisogno del big play, e allora Bob Griese arretrò in cerca di un ricevitore libero nella secondaria di Dallas: il quarterback era convinto che se avesse tenuto il gioco vivo qualcuno si sarebbe liberato. Quello che non poteva immaginare è che quel qualcuno poteva essere Bob Lilly. Griese scartò, zigzagò, si fermò per poi ripartire, si girò e rigirò in cerca di un compagno libero, sempre braccato implacabilmente da Lilly che alla fine lo abbattè al suolo, da solo, per un sack da 29 yards: tuttora la perdita di terreno più ampia registrata in un Superbowl.

Life

Lilly si è ritirato nel 1974, ed il General Manager Tex Schramm stava cercando un modo di onorarlo e di onorare tutti i grandi Cowboys del futuro. Condusse Lilly al Texas Stadium, lo fece vestire con la divisa di gara, lo fece acclamare dal suo pubblico e mise il suo nome sul “Ring of Honor”, un anello giusto sotto le cabine stampa dello stadio. Il numero 74 di Lilly è anche l’unico che i magazzinieri dei Dallas Cowboys non distribuiscono mai durante i camp o all’inizio della stagione ai nuovi giocatori. Anche se nessun numero è mai stato ufficialmente ritirato dai Cowboys, nessuno ha mai più vestito il 74, e nessuno l’ha nemmeno mai più chiesto. Tom Landry dichiarò alla cerimonia del Ring of Honor: “Nella mia vita non ho mai incontrato un giocatore come Bob Lilly, e nemmeno mi aspetto di vederne un altro. E’ stato il più grande giocatore che io abbia mai allenato“.

Oggi

Quando nel 1960 Lilly venne convocato per il Kodak All-America Team come giocatore di TCU, lo sponsor regalò agli atleti una macchina fotografica da 35mm e una fornitura di pellicole per un anno. Quello fu l’inizio di un passatempo che per Lilly diventò prima una passione, e poi un lavoro. Al suo ritiro, nel 1983 scrisse assieme al giornalista Sam Blair del Dallas Morning News il libro “Bob Lilly: Reflections“, corredato dalle foto che aveva preso dei suoi compagni e degli allenatori in momenti che non erano accessibili ai comuni fotoreporters, come nei trasferimenti nei bus o in aereo, o nelle camere d’albergo, corredate da piccole riflessioni su quei soggetti così speciali. Questo lo ha spinto ad occuparsi di apparecchiature per il digital imaging come scanners, stampanti ad alta risoluzione, ed una serie di fotocamere digitali di numerose marche. Le sue foto – rielaborate digitalmente – di panorami e ritratti sono oggi molto apprezzate, e largamente presenti anche su internet. Dopo il suo ritiro, Bob ha vissuto a Waco, in Texas, fino al 1984, quando si è trasferito a Las Cruces nel New Mexico. Lì ha aperto una galleria di fotografia artistica, con foto sia a colori che in bianco e nero. Nel 1989 è rientrato in Texas, dove vive a Graham, un centinaio di miglia a ovest di Dallas.

Ring of Honor

Ho messo la mia uniforme per l’ultima volta il 23 novembre 1975. Avevo annunciato il mio ritiro a luglio, ma i Cowboys mi hanno riportato al Texas Stadium per il Bob Lilly Day. La squadra ha invitato la mia famiglia ed ha tenuto la prima riunione dei Cowboys, che mi ha dato l’opportunità di rivedere molti dei miei vecchi compagni. E’ stato tutto bellissimo. Sono stato presentato in campo durante l’intervallo della partita, ed il proprietario dei Cowboys Clint Murchison, il presidente Tex Schramm e il coach Tom Landry hanno espresso il loro apprezzamento per i miei 14 anni di carriera nei Cowboys. Ho ricevuto bellissimi doni – una station wagon, un fucile ed un cane da da caccia – da società, giocatori ed amici. E la squadra ha inaugurato il Ring of Honor, mettendo il mio nome ed il mio numero di maglia sotto le cabine stampa. E c’è stato di più: come primo membro, ho l’onore di tornare per presentare i nuovi membri. Così è stato per Don Meredith, Don Perkins, Chuck Howley, Mel Renfro, Lee Roy Jordan, ed il Coach Tom Landry. I Cowboys hanno avuto così tanti altri bravi giocatori, che credo che questo lavoro non avrà mai fine…

©2006 Marcello Rodi