Il 9 maggio, nella mia vita, ha rappresentato spesso una data legata ad eventi luttuosi. Tanti anni fa dovetti confrontarmi per la prima volta nella mia vita con la morte di un amico, investito da un’auto mentre rincorreva allegramente un pallone. Poi, anni dopo, assistetti al rinvenimento delle spoglie di Aldo Moro, che – come venni a sapere solo dopo – una mia compagna di scuola aveva contribuito a far uccidere.

Negli anni a seguire ci sono stati tanti altri piccoli episodi tristi legati a questa data, poi per qualche anno più nulla. E ieri il destino si è portato via un giovane atleta nel fiore degli anni, mentre planava felice come un giovane airone: il fato gli ha spezzato le ali.

Per l’ennesima volta mi è salita alle labbra la frase di Menandro “Muor giovane colui che al Cielo è caro“. Magra, magrissima consolazione per una moglie che non vedrà più suo marito, per un bimbo che non conoscerà mai suo padre, per gli amici che conserveranno con immensa nostalgia il suo ricordo nel cuore.

E poi, come spugna imbevuta di aceto portata alle labbra del Crocefisso, l’insulto finale di sedicenti giornalisti che anziché esaltare un uomo che era caduto praticando uno sport fatto di fatica e sudore, sgomitavano cercando lo scoop, le polemiche sull’elisoccorso, sulla sicurezza della strada, sull’intervento dei medici, o frugavano indecentemente tra le lacrime di chi quel giovane amava ed apprezzava…