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Camminava frettoloso, le mani strette a pugno sprofondate nelle tasche, la testa incassata tra le spalle come a cercare riparo al freddo di dicembre che gli tagliava impietosamente la faccia. Il suo umore era pessimo, come oramai gli capitava pressoché quotidianamente, o almeno da quando la vita aveva deciso di prenderlo a schiaffi. Nel giro di poco tempo aveva perso tutto, lavoro, denaro, amore: era convinto che le disgrazie fossero come le perle di un’amara collana, legate tra di loro in fila una dietro l’altra. O almeno la vita questo gli aveva insegnato fino a quel momento.

In effetti il suo camminare frettoloso non è che avesse molto senso, dato che in realtà non era che stesse andando in qualche posto particolare: camminava svelto sperando di combattere il freddo pungente, e usciva di casa sia per vedere se riusciva a trovare un lavoretto da pochi spiccioli, e anche perché se no in casa sarebbe impazzito.

Camminava, rigido e dritto come un fuso, muovendo gli occhi qua e là fuori dal bavero di quel cappotto vecchio e logoro a cui era così affezionato. Ad un tratto il suo sguardo cadde sul Presepe in quella vetrina di barbiere, ed improvvisamente si arrestò. La mente cominciò a correre indietro nel tempo, ed iniziò a ricordare. Ricordi di quando era piccolo, di un lontano tempo felice, la mano di suo padre – grande e calda – che teneva la sua in quelle rigide giornate in un altro tempo, di un altro secolo, di un’altra vita…

Papà, perché i pastori vanno verso la grotta?

Papà, perché gli angeli suonano la tromba?

Papà, perché ci sono il bue e l’asinello?

Papà, perché…

E a tutto c’era sempre una risposta, calma, dolce, rassicurante, spesso condita con una tenera carezza.

Papà, perché non sei più qui con me? Avrei tanto bisogno di te adesso“, pensò con il cuore pieno di tristezza.

Perché non sempre la vita ti mette nelle migliori condizioni, figlio mio“.

Quella voce ebbe il potere di farlo trasalire: si voltò, e lo vide. Aveva desiderato così tanto che accadesse che non si pose domande, fu semplicemente ebbro di una felicità che non credeva si potesse mai provare. Suo padre era lì, davanti a lui, e gli tendeva la mano. Lui, senza esitare, gliela diede. Si accorse allora che il freddo era svanito, come il rumore dell’ambiente circostante. La giornata, che era livida fino a pochi istanti prima, si era d’incanto trasformata in una splendida mattinata di sole.

Ma la cosa che lo lasciò realmente senza fiato fu il percepire di non avere più peso, mentre guardava le punte dei suoi piedi staccarsi lentamente da terra.

Ma la cosa che lo lasciò realmente senza fiato fu il percepire di non avere più peso, mentre guardava le punte dei suoi piedi staccarsi lentamente da terra

Che razza di magìa è mai questa” si chiese per un attimo, prima di dimenticarsi persino di quella domanda: aveva sempre sognato di poter volare, ed ora stava accadendo. Si librava in alto come fosse un uccello, un angelo, o uno dei tanti supereroi di cinema e fumetti: guardava le vie, le case, la gente dall’alto, e la cosa lo faceva sentire straordinariamente felice. Sfiorava i tetti, passava attraverso il fumo dei comignoli, vedeva le donne stendere i panni al balcone o, dalle finestre, spazzare e pulire il pavimento delle loro abitazioni. Più saliva in alto, più il cielo era azzurro, più il sole era vivido e luminoso, più cresceva la sua gioia. Finchè non decise di puntare verso quella luce accecante…

Inizialmente si era formato un capannello di curiosi, poi dopo diversi minuti qualcuno aveva chiamato un’ambulanza, quando aveva compreso che non era il solito barbone ubriaco. Erano arrivati i paramedici, poi la polizia mortuaria.

Poveretto, morire così sotto Natale, di un malore in mezzo alla strada…

Buon per lui che quasi non se ne deve essere accorto. Guarda, pare che sorrida

©2011 Marcello Rodi