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Thomas Wade Landry nasce a Mission, Texas, l’11 settembre 1924. Frequenta l’Università del Texas ad Austin, ed interrompe i suoi studi per servire la patria durante la Seconda Guerra Mondiale come membro dell’equipaggio di un bombardiere B-17. Vola 30 missioni, e sopravvive ad un abbattimento nei cieli del Belgio. A fine servizio rientra negli Stati Uniti e riprende gli studi universitari. Ma gioca anche come fullback e defensive back con i Longhorns che conquistano il Sugar Bowl del 1948 e l’Orange Bowl del 1970.

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Passa nei professionisti giocando defensive back e punter prima con i New York Yankees nell’AAFC e poi con i New York Giants nella NFL. La sua carriera dura sei anni, dal 1949 al 1955. Decide allora di seguire la strada dei tecnici, ed inizia nel 1956 la sua carriera con i Giants come Defensive Coordinator. Sull’altra sponda di quel team, come Offensive Coordinator c’è un certo Vince Lombardi. Guida una delle formazioni difensive più forti della Lega dal 1956 al 1959: i due coaches riescono a creare una fanatica lealtà tra i componenti delle loro squadre, tanto da portare i Giants a disputare l’NFL Championship a fine stagione.

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Durante il periodo passato ai Giants, Landry sviluppa e perfeziona quella che in seguito sarebbe poi diventata la difesa di base in tutta l’NFL, la formazione 4-3. Innovazioni come questa attirano l’attenzione dei dirigenti di un expansion team, il proprietario Clint Murchison Jr. e il presidente Tex Schramm, che selezionano Landry come Head Coach dei nascenti Dallas Cowboys per la stagione 1960.

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La sua nuova avventura non parte in modo fulminante: termina quel primo anno con un record di 0-11-1, pareggiando contro i “suoi” Giants. I Cowboys attraversano cinque anni travagliati assieme al loro coach, fino alla prima stagione “in pareggio” (7-7) nel 1965.

Ma da quel punto in poi, Landry trasforma la sua squadra nell'”America’s Team“, inanellando un record assoluto, tuttora imbattuto negli sports professionistici, di 20 stagioni vincenti consecutive, dal 1966 al 1985. Si diceva che Landry, dopo aver inventato la “Flex Defense”, avesse poi inventato l’attacco capace di batterla, rivalutando laShotgun Formation, il man-in-motion e le sostituzioni di situazione nelle sue formazioni (all’epoca molto poco utilizzate).

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Dietro il suo volto pietrificato e sotto il tipico “fedora” più piccolo di una misura lavorava una delle menti più brillanti che il football avesse mai avuto. Camminando imperturbabile sulla sideline, Landry era già con la mente due giocate più avanti, e come uno scacchista valutava l’effetto a lungo termine delle mosse che si accingeva a fare. Sistemava la squadra nel modo che reputava sarebbe stato vincente al termine dell’incontro. Ma amava i suoi ragazzi. Una volta, lungo quel ventennio di gloria, dichiarò: “Questa squadra ha sempre giocato per me. Questo è il motivo per cui continuo ad allenare. Se loro non avessero giocato per me, io me ne sarei andato già da tempo. Ma loro giocano duro e ci provano sempre fino in fondo“.

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Gli ultimi anni ai Cowboys non sono trionfali. La squadra passa di mano, ed il nuovo proprietario, Jerry Jones, gli preferisce un compagno di università. Tom Landry viene licenziato il 25 febbraio 1989, al termine di una stagione terminata 3-13 per i Cowboys. C’è quasi una rivolta tra i tifosi per il modo in cui matura il licenziamento, ed il commissioner NFL Pete Rozelle dichiara: “Mi sento come se Vince Lombardi fosse morto di nuovo“. Dopo 29 anni di onorata carriera, Coach Landry lascia, e non accetterà alcun altro incarico dopo questo. Termina con un record totale di 270-178-6, il terzo migliore nella storia della NFL.

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Viene inserito nella Hall of Fame solo un anno dopo, nel 1990, a testimonianza dell’immenso rispetto e affetto che l’ambiente nutre per lui. I Dallas Cowboys lo introducono nel loro Ring of Honor invece soltanto nel 1993. Ha vinto 2 Super Bowl, 5 titoli NFC, 13 titoli Divisionali, ha disputato 2 NFL Championship Games, è stato nominato Coach of the Year nel 1966 e nel 1975. Ma era ancora atteso dalla partita più dura della sua vita.

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Nel maggio 1999, gli venne diagnosticata la leucemia nella sua forma più grave. Combattè la sua malattia con la stessa determinazione e ferocia che aveva usato per battere i suoi avversari sul campo, ma alla fine la Morte riuscì a placcarlo il 12 febbraio 2000, non sconfiggendolo, ma riuscendo semplicemente a consacrare la sua leggenda. Morì lo stesso giorno di un altro grande, Charles M. Schultz, l’autore dei Peanuts. Il quarterback Danny White dichiarò: “Con tutte le grandi squadre che abbiamo avuto, e con tutte le vittorie che abbiamo conseguito, probabilmente ho imparato da lui di più nelle volte in cui abbiamo perso che quando abbiamo vinto“.

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I suoi Cowboys giocarono la stagione del lutto con il logo rappresentante il suo “fedora” sulle maglie, ricordando lui, che tanto aveva amato i suoi ragazzi. Il Coach ora riposa nello Sparkman-Hillcrest Memorial Park Cemetery di Dallas, e all’esterno del Texas Stadium campeggiava la sua statua. Nel 2001 gli è stata dedicata la parte della Interstate 30 tra Dallas e Forth Worth, e c’era un comitato che voleva che il suo nome venisse dato al Texas Stadium.

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La mia anima sarà sempre con voi” disse alla sua squadra durante l’ultimo incontro prima che Jimmy Johnson prendesse il timone. Ed in quel momento, le lacrime solcarono il volto di quell’uomo che sembrava fatto di pietra…

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© 2005 Marcello Rodi