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Cresciuto al piano superiore del saloon del padre, è un ragazzo comune: belloccio, ma spaccone; imperfetto, proprio come i suoi tifosi. Sempre pronto a stringere la mano a tutti con una presa ferma, ma non eccessivamente forte. Sotto i suoi baffi c’è sempre pronto un sorriso, e se gli chiedi un autografo, ti domanda la spalla per appoggiarsi mentre firma. Quasi troppo bello per essere vero.

Dopo aver frequentato la Xavier High School, entra a Notre Dame uscendone quattro anni dopo con una laurea in Business Management, dopo essere stato campione nazionale nel 1966 e capitano della squadra d’attacco durante il suo ultimo anno.
Viene scelto al 16° giro da Pittsburgh nel 1968, quindi non proprio una superstar. Alto circa 1.80 per 95 chili, non è nemmeno straordinariamente veloce. Quasi al termine della sua prima stagione da rookie, giunge la cartolina precetto, e Robert viene arruolato nella Fanteria dell’Esercito Americano.

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Nel maggio 1969 parte per il Vietnam, insieme alla 192ª Brigata di Fanteria Leggera, di cui fa parte, effettivo alla 4ª Compagnia del 31° Battaglione. La sua destinazione è Chu Lai, nel Vietnam del Sud, dov’è schierato il 1° Corpo d’Armata Americano.

Il 20 agosto, in una risaia situata in un punto sperduto del Vietnam del Sud chiamato Heip Duc, il plotone di Bleier cade in un’imboscata dei Vietcong. Bleier viene colpito alla coscia sinistra e cade a terra, proprio mente una granata a frammentazione esplode presso di lui. La gamba destra viene martoriata da numerose schegge che si conficcano in profondità. Viene insignito della Purple Heart e della Bronze Star per il suo comportamento in battaglia, ma ritorna in patria con le stampelle, quasi incapace di camminare e dimagrito di ben 15 chili.

Gli Steelers non l’abbandonano, e lo tengono in lista infortunati per tutto il 1970. Sono mesi di grandi sacrifici e di duro lavoro, in cui Rocky recupera completamente l’uso delle gambe, anche se non riesce a camminare senza zoppicare un pò e senza provare fitte lancinanti. Fa qualche comparsa nelle file degli Steelers tra il 1971 e il 1973, anche se il coach Chuck Noll lo taglia per ben due volte, e lui per due volte lo fa ricredere sulla sua decisione. Grazie ad un regime atletico e dietetico speciale, durante l’estate del 1974 Bleier recupera finalmente il suo peso originale, e conquista un posto nello starting lineup degli Steelers, per non lasciarlo se non a fine carriera. “Non avevo perso una gamba, non avevo perso un piede. Volevo tornare a giocare. Era l’unico mio desiderio. Non volevo tornare a casa e servire nel bar di mio padre. Giocare a football era l’unica cosa che sapessi fare bene“.

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Nel 1975 gioca, a suo dire, la sua più bella partita contro i Green Bay Packers, collezionando 163 yards. L’anno successivo, insieme a Franco Harris, diventano la seconda coppia di corridori della stessa squadra nella storia NFL a superare entrambi le 1.000 yards, e si ritira nel 1980 con quattro Super Bowl rings (IX, X, XIII e XIV) alle dita, e come quarto all-time runner nella storia della squadra, nonostante avesse corso solo cinque partite sopra le 100 yards.

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Tra i militari di stanza in Sud Corea nel 1975

Ma la sua azione più bella è rimasta sicuramente quella effettuata nel Super Bowl XIII, disputatosi al termine della stagione 1978 contro i Dallas Cowboys di Roger Staubach. Incontro tirato. Sotto pressione, a pochi secondi dall’intervallo, Terry Bradshaw spara un passaggio in endzone. Troppo veloce. Troppo alto. Ogni tifoso di Pittsburgh sa come quella piccola farfalla di pietra (Rocky significa Roccioso, nomina sunt consequentia rerum) si librò altissima su quel passaggio imperfetto di Bradshaw, e con la giocata più bella della sua carriera contribuì ad artigliare il terzo Super Bowl per i Pittsburgh Steelers.

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Ha bloccato per Franco Harris, ha fatto bene le cose meno importanti, ha preso yards difficili in tempi difficili. E’ stato il classico tipo di persona pronto a dare la vita per un amico. Sia sul campo di battaglia che su quello da gioco.
Un vero All-American boy, anche se non un All-American Football Player.

Sono l’esempio vivente di quello che uno può fare se soltanto lo vuole“, ha detto una volta al giornalista Rick Telander, che scrisse su di lui un articolo per Sports Illustrated nel 1986.
Philadelphia ha avuto il suo Rocky in Sylvester Stallone, e Pittsburgh ha trovato il suo in Robert Bleier. Il Rocky di Pittsburgh è stato affidabile e continuo, giocando dodici stagioni negli Steelers. È stato selezionato tra i dieci uomini americani di successo da Jaycees nel 1979, e nominato uomo dell’anno dalla NFL per la stagione 1980, quella del suo ritiro.

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La grandezza dell’uomo raramente riesce a superare quella dell’atleta. In questo caso, non è stato così. Le qualità straordinarie di Bleier sono state premiate con una lista di riconoscimenti così lunga da non poter essere citati tutti, come il Whizzer White Humanitarian Award, il Vince Lombardi Award, e il Most Corageous Athlete of the Decade Award.

Alla sua vita ed alla sua storia è stato dedicato un film tratto dal libro scritto con Terry O’Neil intitolato “Fighting Back”, mai giunto in Italia ed interpretato dal compianto Robert Urich.
Il suo impegno verso il prossimo continua tuttora.
Rocky Bleier è parte attiva nella National Multiple Sclerosis Society e nell’International Board delle Paraolimpiadi. Come dirigente del Vietnam Veterans Memorial Fund ha dato impulso alla realizzazione delWashington CDC Memorial, il tristemente noto muro in marmo nero che riporta i nomi di tutti i soldati americani caduti o scomparsi nella guerra del Vietnam.
Viene tuttora invitato come oratore in innumerevoli organizzazioni, società ed università per le sue innate doti dimotivatore e per la sua capacità di infondere fiducia nel prossimo.
Sii il meglio che puoi essere” è tuttora il motto chiave della sua vita.

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Di grandi storie come questa si nutrirono tanti anni fa i nostri spiriti di giovani giocatori di football.
Di queste storie è bene si nutrano anche i nostri giovani successori.
Se così sarà, avremo tutti un futuro migliore.

© 2005 Marcello Rodi