A Mark piaceva stare seduto dietro la finestra, soprattutto quando era una bella giornata di sole. Amava vedere l’animazione della strada, i colori, i suoni, la gente che si affannava dall’uscita della metropolitana.
Amava stare lì ancora di più da quando aveva visto lei.
Era rimasto colpito da quella visione una mattina che sembrava uguale a tante altre mattine in cui si affacciava a guardare il suo quartiere che si animava. Era solo da così tanto tempo che oramai considerava quel rito quotidiano una sorta di contatto con i suoi amici: li conosceva tutti i passanti abituali di quelle ore, e su ognuno di loro aveva costruito una storia. C’era l’impiegato di banca con la moglie ambiziosa, il vigile sadico che provava un sottile e perverso piacere a multare le ragazze giovani, la signora bene che andava in palestra per il suo bel personal trainer… un bel campionario di individui e situazioni che gli giravano dentro la testa, e che lo aiutavano a sentirsi un pò meno solo.
Poi, una mattina, era comparsa. Era la prima volta che la vedeva, così affannata, il passo svelto quasi a voler compensare un ritardo che non era dipeso da lei, ma dalle circostanze. Era bella, minuta, i lunghi capelli neri che le danzavano liberi sulle spalle. I suoi occhi scuri e profondi velati di malinconia, la bella bocca serrata dalla tensione dell’ansia dovuta al ritardo.
Mark era rimasto incantato: stranamente aveva sentito, dopo tanto tempo, cantare il suo cuore, ed era intimamente convinto che quella fosse la donna della sua vita, quella che aveva così a lungo atteso invano fino a quel momento.
Il problema però era che non l’aveva mai vista. Poteva essere una persona di passaggio, magari qualcuno che aveva appuntamento con un medico. O magari era qualcuno che lavorava lì intorno, ma che quella mattina aveva fatto tardi ed andava di fretta per quel motivo.
Nella speranza di rivederla, Mark fece l’unica cosa che era in suo potere: iniziò ad affacciarsi alla finestra sempre più presto, pregando il cielo che l’ipotesi del ritardo al lavoro fosse quella giusta. E ogni giorno, aggiungeva un piccolo tassello alla storia del suo Amore: non portava la fede, forse aveva alle spalle un matrimonio infelice o fallito, ma non per sua colpa. Tutto l’affanno che aveva letto nel linguaggio del suo corpo era probabilmente perchè aveva dei figli da mantenere e doveva farlo tutto da sola, aveva bisogno di lavorare ma non amava quello che faceva…
Più le fantasie prendevano consistenza, più Mark si rattristava per lei: avrebbe voluto aiutarla, sostenerla, starle vicino. Poi, finalmente, una mattina la vide spuntare – alle prime luci del giorno – dall’imbocco della metropolitana.
Mark aveva il cuore che batteva all’impazzata: poco importava che fosse così presto, si sentiva felice ed appagato da quella visione. Lei fece qualcosa che lo sorprese: guardò le luci dell’alba tra i palazzi, e sorrise contemplando la scena. Mark venne rapito da quel sorriso e la sentì ancora più vicina al suo cuore. Poi lei notò la luce che illuminava la stanza, girò la testa verso di lui e restò un pò sorpresa vedendolo. Ma un attimo dopo, sorrise e fece un piccolo cenno col capo, per poi scomparire dietro l’angolo.
Mark passò la sua giornata galleggiando sull’onda di quel sorriso. Non si sentiva così bene da anni, non si sentiva così giovane da anni, non era così felice da una vita.
La mattina dopo, era di nuovo lì, e ancora per i giorni successivi. Lei non sempre lo salutava, ma qualche volta si. E lui aggiungeva mattoni al suo castello incantato, immaginandosi momenti irripetibili, tramonti, gite in barca, baci teneri ed appassionati, il contatto dei loro corpi.
Quella mattina, mentre la aspettava, la sua fantasia fece un altro volo, ed immaginò loro due sulla moto di lui, il vento nei capelli, mentre andavano a fare una gita al lago. Poteva sentire l’ebbrezza della velocità, e lei che lo teneva stretto, e il contatto del suo corpo sulla schiena, e delle sue belle gambe intorno ai fianchi.
Già, la moto…
Una tristezza mortale si impossessò di lui.
Chiuse le tende e, girando sulla sua sedia a rotelle, tornò verso la scrivania.

©2009 Marcello Rodi